LA SINDROME DELLA RONDINE
di GIORGIO LANZANI

 

INIZIAMO DALLA FINE
Che fatica, che tremenda fatica scrivere di me, di quello che mi è accaduto negli ultimi anni, negli ultimi mesi, negli ultimi giorni. Non riesco a vincere il senso di disgusto, di nausea che mi deriva dal contatto con il mondo, un mondo pieno di gente squallida che vive per ucciderti, che riempie di odio il suo vuoto, il suo essere niente. Gente che quando trova un essere, cioè uno che è qualcuno perchè ha qualcosa da dire su questa terra, allora cerca di farlo fuori o per lo meno di allontanarlo da sè per poter continuare ad esercitare la sua funzione di produttore di niente, senza che la presenza del pericoloso rivale turbi la sua esistenza diafana. Questo rifiuto crea in me un blocco che mi impedisce di scrivere, forse ho paura che qualcuno possa ancora farmi del male se io, anche solo con le parole, richiamo alla memoria storie che sono ora sepolte sotto una coltre di vergogna.
Da che parte cominciare? E poi qualcuno davvero può essere interessato alla mia inverosimile storia? E devo raccontarla per intero o tacere fatti che possano rimettermi in pericolo? Eppure c'è un inizio, o almeno credo ci sia... Ma iniziamo dalla fine.

RESIDENZA ADRIATICA JESOLO LIDO
Un ex albergo ristrutturato a mini appartamenti a due passi dal mare; qui abito io ora, in affitto fino ad aprile. Poi? Poi andrò forse a Roma, forse mi sposterò a nord ovest verso le belle colline del trevigiano. Come mai sono finito qui in un residence, in inverno, vicino al mare? Già, cosa ci faccio, è difficile da spiegare in poche parole. Nel senso che questa situazione è il risultato di una serie di pazzesche fortune-sfortune che l'hanno determinata e così sono qui e qui ho cominciato a scrivere la mia storia, la storia della mia vita. Presuntuoso? Può darsi. In realtà scrivere mi piace, in passato ho scritto quattro raccolte di poesie che amo molto. Poi sto smaltendo la delusione per il mio ultimo amore. Come gli altri. Già. Solo che uno ci fa il callo dopo le prime forti, fortissime delusioni, le notti insonni e compagnia bella. Uno si abitua e ci dorme sopra. Anzi devo dire che sono quasi contento ultimamente quando un amore non nasce neanche più da parte dell'altra, così non può neppure finire e la sofferenza è legata ad un mondo fantastico di felicità non vissuta che non può essere smentita da fatti concreti. In queste occasioni scelgo la solitudine dal mondo come rifugio dal male che esso mi provoca e torno poi ad uscire dal mio isolamento monacale solo quando, dopo un processo di purificazione interiore e di distacco dal punto dolente, la mia identità di armonioso cultore dell'essere mi permette di rapportarmi agli altri in modo gioioso e felice. L'ultima volta che li ho visti mi ricordo che abbiamo parlato della positività del lato negativo della vita. Ex malo bonum. Dal dolore la gioia. Le strade della provvidenza. La croce, via che porta alla gloria. Tu sei forte, mi ha scritto Marta. Già, io sono forte... Marina diceva che io sono una roccia. Così sono qui anche stavolta, col morale a terra, senza neanche più la forza di prendere la chitarra e di sparare note rutilanti o accendere un monitor e muovere veloci le mia dita su di una tastiera che è morta, che non sa cosa dire, che puzza di bruciato. Giaccio nell'obitorio dell'amore, tra camposanti e fili spinati di tristezza immersi in una nebbia desolante.

LOCALITA' FREDDEZZA
Ripenso al passato, al passato recente, al paese da cui provengo cacciato come un cane, paese nel quale ero giunto del resto solo un anno prima costretto ad andarmene da un altro simile a quello. Si chiama Freddezza, è nel Piacentino, sui colli che da Mezzano Scotti portano a Bobbio. Sono arrivato nel luglio del '97 fuggendo da Termine Grosso, altra località della Val Trebbia che sovrasta Travo e la sua vallata di incomparabile bellezza. Avevo osservato le vetrine di una agenzia immobiliare di Bobbio che danno sulla Piazza dove si trova il monastero di S.Colombano ed avevo notato che i prezzi erano invitanti e così entrato e preso coraggio, avevo spiegato all'agente immobiliare il mio problema: trovare al più presto una casa ad un prezzo molto contenuto per fuggire da Travo dove i miei rapporti col vicino si erano deteriorati in modo preoccupante. Lui mi ha detto subito: "Signor Lanzani forse c'è qualcosa che fa al caso suo! Si tratta di un vecchio rustico, una strana casa fatta a T che nessuno compra ed il proprietario, un anziano che risiede a Bobbio è disposto secondo me a venderla anche per 10 milioni."Io pensai che l'occasione faceva per me. Dove trovavo più una casa per così poco? Del resto i miei soldi erano quasi tutti finiti nell'acquisto e nelle spese di ristrutturazione della casa comprata in precedenza. Andai a vederla dopo due giorni; c'era il sole. Il vecchio proprietario era lì che mi aspettava e appena mi vide si toccò a lungo le balle con un gesto propiziatorio di indiscutibile significato. La porta d'ingresso era chiusa col fil di ferro, dentro c'era tutto da fare, il tetto era marcio ma c'era un caminetto e lo spazio era sufficiente per me, per un letto e per la mia tastiera e così arrivammo al dodici luglio, giorno della trattativa. La casa fu mia per poco più di dieci milioni e il vecchio fu contento. Non vedevo l'ora di andarmene da Termine Grosso, caricai la macchina e...via. Arrivai un mattino di pioggia e quando cercai di uscire mi accorsi che le ruote della mia auto slittavano nel risalire la ripida strada sterrata che dava accesso alla casa. Questa era una strada comunale molto stretta ed abbandonata da tanti anni, per cui tutti passavano sulla strada privata che dava sul fienile di un contadino dirimpettaio. Non riuscendo ad uscire nemmeno di lì, cominciai a spaccare dei rovinacci e a rovesciarli sulla melma per poter creare un pò di aderenza . Prima arrivò la moglie del contadino, guardò senza dire nulla e se ne andò dopo un litigio con i vicini della proprietà a fianco della mia proprio sulll'uso della strada in questione. Dopo un po' di tempo arrivò lui smanettando sul suo trattore e mi intimò: "Tolga subito quella roba dalla mia strada !". "Non ci penso proprio ! ", feci io di rimando e così cominciò la mia avventura a Freddezza, nella casa dove mi ero rifugiato per sfuggire alle angherie di un prepotente. Cominciai subito i primi lavori necessari a rendere meno disagevole la casa che era chiusa dal 1964, togliendo intonaci marci e ragnatele dai soffitti. In questo piccolo paese c'è una fontana dove le donne lavano ancora i panni nonostante abbiano lavatrici e tutto quello che la società moderna comporta. Per me era anche l'unico rubinetto che desse acqua perchè a casa non c'era e così me ne servivo e andavo a riempire le taniche per cucinare e lavare i panni. In queste occasioni mi capitò di conoscere e di fare amicizia con diversi abitanti del piccolo paese. Per tutta l'estate continuai a spaccare muri e a lavorare sul tetto per rendere vivibile l'ambiente e poter poi iniziare a suonare. Questo non faceva piacere al contadino dirimpettaio: era sempre più evidente che non aveva nessun piacere che qualcuno avesse preso quella casa e aspettava solo il momento di passare all'azione. Il secondo giorno trovai la porta d'ingresso (si fa per dire) sfondata a calci da qualcuno... La moglie del contadino continuava a passare davanti alla mia casa con la scusa di portare ad asciugare i panni nel fienile e ogni volta portava cappellini colorati di varia foggia che secondo lei probabilmente erano sinonimo di eleganza. Intanto l'inverno era alle porte e i gatti cominciavano ad avere fame sul serio.

STORIE DI GATTI
I gatti da queste parti non sono di nessuno in particolare, ma tutti, chi più chi meno, contribuiscono al loro mantenimento. Durante l'ultima estate erano nati quattro gattini, figli di una gatta bianca e di un gattone bianco e grigio buono come il pane. Tre di questi sono spariti, annegati da qualcuno o morti di fame, incapaci di arrivare a tempo a racimolare qualche briciola nella lotta per la sopravvivenza. Uno era rimasto in vita e una sera lo trovai che miagolava disperato fuori dalla mia porta. Lo feci entrare, fatto inusuale per il posto, e lo nutrii di latte e biscotti, lasciando la porta socchiusa per permettergli di tornare, se lo voleva. Dopo qualche tempo tornai alla porta: era lì fuori, appena un centimetro dietro l'uscio che faceva le fusa. Di notte sentii dei rumori e lo trovai che se l'era fatta addosso sdraiato sopra una mia t-shirt. La mattina seguente lo trovai che dormiva bel bello infilato dentro un maglione di cashmire: lo presi e lo lanciai fuori dalla porta seccato. Dopo un po' mi pentii e tornai a guardare fuori dalla porta. Era circa venti metri avanti seduto che mi guardava triste. Feci per avvicinarmi, ma scappò via e soprattutto mi mostrava il suo disprezzo sedendo in modo da mostrarmi le terga. Dopo un po' facemmo pace, soprattutto perchè aveva fame ed un gatto affamato è disposto a perdonare qualsiasi cosa o quasi per un piatto di avanzi. Così la sera andai a cercarlo e lo trovai sullo zerbino di un vicino che faceva la siesta. Lo presi, lo portai a casa e lo misi dentro il golf, ma lui scappò via e uscì a razzo. Lo seguii e mi condusse fermandosi ogni tanto a guardare indietro fino ad un fienile dove, arrivato, salì gatton gattoni su di una scala di legno che dava accesso al primo piano e si mise a dormire tra i balloni di fieno. La sera successiva la cosa si ripetè e debbo dire che provai una infinita tenerezza: mi aspettava perchè lo accompagnassi a nanna come fanno i bambini piccoli. Forse i suoi genitori l'avevano abbandonato e così mi aveva adottato come papà gatto. Potrei andare avanti a lungo a parlare dei gatti di Freddezza e delle loro vicende, ma capisco che questo è importante solo per me e così lascio perdere per un po' i gatti per tornare alla mia casa e ai miei vicini. L'inverno si avvicinava e il mio tetto era ancora da finire. Avevo tolto le beole dal tetto: erano marce e da queste parti nessuno è più capace di aggiustare un tetto fatto di sassi. Restava da ricoprirlo prima che arrivasse la neve ! Fu così che pensai di coprirlo con delle onduline, fissandole con coppi e sassi in attesa di finire per bene il lavoro. Non sapevo che a Freddezza a volte si alza un vento da far invidia alla bora e così una sera cominciò a piovere e a fischiare sempre più forte tanto che fui costretto a salire al buio con la pioggia per cercare di consolidare il mio lavoro provvisorio. Purtroppo non bastò. Al mattino alcune delle mie onduline facevano bella mostra sui tetti dei vicini. Un punto a sfavore...
Soprattutto la Carmela, una vedova novantaduenne mia dirimpettaia, a veder volare via il tetto, aveva preso paura e mi lanciava certe occhiate! La Carmela mi voleva molto bene, anche troppo e si metteva un mucchio di borotalco ogni volta che usciva per venire a parlarmi. In compenso mi raccontava delle storie bellissime dei tempi andati, quando per andare a ballare o alle feste che si tenevano nei piccoli poderi e nelle frazioni partivano camminando la sera prima, dormivano per strada nei cascinali presso amici e arrivavano il pomeriggio del giorno dopo, pronti per i balli e per i festeggiamenti della sera... O di quella volta che era andata spedire due caciotte di formaggio a suo marito che combatteva sul fronte russo. A piedi, una caciotta appesa sul petto e una sulle spalle legate con una corda, arrivò alla posta di Bobbio. Lì arrivata, trovò un impiegato inflessibile che non accettava denaro di carta, voleva solo monete d'argento e così un ricco signore che si trovava lì glielele prestò e lei potè spedire il formaggio. Non sentirò più le storie della Carmela: purtroppo era parente del contadino e lui era geloso del rapporto di scambio e di amicizia che ci legava: cicoria e prezzemolo del suo orto in cambio di castagne e kiwi che recuperavo dal fruttivendolo o dal mio grande amico De Giorgi di Pieve Porto Morone. Di lui, di Pieve e della mia fuga da laggiù, mi riservo di parlarvi in seguito. Finito il tetto alla bell'e meglio ed essendo ormai parecchio freddo sospesi i lavori ed iniziai a suonare. Il mio pianoforte era rimasto a Travo nella capanna di sassi dove avevo abitato nei due anni precedenti ed era ormai inservibile a causa dell'acqua che era penetrata nel suo mobile. Avevo però una tastiera con cui potevo arrangiarmi, che per comporre era senz'altro meglio, perchè disponeva di tutti i suoni dell'orchestra campionati. Riguadagnato grazie al fascino della mia musica il punto perso col disastro del tetto, decisi di presentarmi a Don Francesco, parroco di Mezzano Scotti, frazione da cui dipende Freddezza. Lo attesi al termine della messa della sera e gli spiegai la mia situazione. Così la domenica iniziai a partecipare al coro dei ragazzi e sembrava che tutto filasse per il meglio. Arrivò Natale ed i bambini impararono la mia Ave Maria . Soprattutto durante la Messa di Mezzanotte la festa fu molto suggestiva ed i canti riscaldarono i cuori dei fedeli. Tempo addietro avevo chiesto a Don Francesco di poter fare un concerto per beneficenza in uno spazio della Parrocchia. Lui mi aveva risposto che essendo inverno non sarebbe venuto nessuno a sentire e che queste iniziative era meglio farle d'estate. Io mi ritirai in buon ordine. Potete immaginarvi il mio stato d'animo quando scoprii che a metà gennaio era stato organizzato in Chiesa un concerto di quegli strimpellatori flautati che imperversano nei mercati della zona e cantano canzoni quasi tutte uguali in do e la minore con piccoli chitarrini ricavati dal guscio di sventurati animaletti. Non solo non partecipai al concerto, ma non mi feci più vedere in Chiesa. E' vero che Don Francesco mi aveva proposto di suonare due o tre canzoni durante la tombola di Natale, ma non mi sembra che questo fosse un rimedio, anzi ! A Venezia dicono: "Peso el tacon del buso !". Così alla fontana tornò il gelo di prima: avevo perso in un colpo solo tutti i punti guadagnati e in più ero anche contro la Chiesa ! Intanto io continuavo a suonare tutto il giorno e ad arrangiare il mio Stabat Mater per voce e orchestra d'archi. Inoltre ripresi la mia Ave Maria e la riarrangiai completamente facendone una versione in latino e lo stesso feci col Pater Noster che presentava problemi nell'esecuzione dei bassi.
Così passò l'inverno, un inverno freddo e nevoso con la stufa che andava al massimo e scaldava la stanza da letto che era anche la sala, mentre nel bagno o per meglio dire quello che un giorno sarebbe dovuto diventare il bagno c'era la tastiera e lì mi scaldavo con una di quelle stufette elettriche col ventilatore. I gatti avevano molta fame ed erano circa una decina. Carmela e il Maestro se ne erano tornati a Piacenza e così a mezzogiorno preparavo pentole di pastasciutta per sfamare me e loro. Intanto il figlio vigile del contadino era venuto a propormi di comporre la lite sborsando due milioni per acquisire il diritto di passaggio sul suo terreno. Io dissi che andava bene, di preparare un accordo da stipulare. Ma il suo vecchio non fu d'accordo, anzi aumentarono dispetti ed intimidazioni: tornato da una breve permanenza a Milano da mia madre trovai la mia ortensia capovolta, ormai rinsecchita a causa della mancanza di acqua. La mia automobile poi, dovunque la mettessi non andava bene e trovavo il giorno successivo carretti e trattori per impedirmi di parcheggiare nel luogo dove l'avevo lasciata il giorno prima. Una volta venne a trovarmi Sir Antony, un caro amico, un simpatico ex diplomatico irlandese che vive in una specie di clausura intellettuale in un albergo a Costa Filietto, poco sopra il pese dove abitavo io. Là studia in una stanzetta che ha tappezzato con una doppia fila di libri di filosofia ed aspira a scrivere un saggio che riporti all'unità il sapere oggi frantumato nelle specifiche dottrine. Bene, quando se ne fu andato, il contadino portò il suo trattore di fronte al mio uscio e accese il motore.
Per ore andò avanti quel rumore fastidioso. Era un chiaro gesto di scherno il cui significato tutt'ora ignoro. Ricordandomi delle mie letture infantili di Paperino trombonista in lite col vicino di casa pensai di ripagarlo con altrettanta musica, anzi con musica vera. Accesi al massimo il mio stereo e dopo una serie di lied e di opere attaccai con i Rolling Stones! Arrivò nero e portò via il trattore mentre con tempismo inaudito gli applausi entusiasti del pubblico dei Rolling salutavano la sua dipartita. Intanto era arrivata Pasqua ed io avevo continuato e ormai quasi finito il mio lavoro sulla musica sacra e mi accingevo a comporre musica per quartetto d'archi ed a riprendere in mano martello e scalpello per continuare i lavori in casa. Non l'avessi mai fatto! Una sera, mentre inginocchiato stavo tagliando col seghetto delle cantinelle, una tavella marcia della camera da letto si ruppe ed io caddi mettendo la mano a terra bruscamente. Un dito della mano destra si girò lateralmente: io mantenni sangue freddo e calma, lo presi con l'altra mano, lo tirai e lo rimisi nel suo alloggiamento naturale. Mi si gonfiò come un pallone aerostatico, ma poi tornò normale. Da allora non ho più preso in mano un attrezzo di lavoro, non avevo lasciato la scuola per fare l'invalido ma il compositore e le dita sono un bene troppo prezioso per un pianista.
Fu il sabato mattina prima della domenica di Pasqua che Don Francesco venne a cercarmi. Era rimasto senza suonatori e voleva che io andassi a far cantare i bambini il giorno dopo. Io gli spiegai che era impossibile far le cose così all'ultimo momento. Mi chiese perchè non mi ero più fatto vedere ed io gli spiegai il motivo. Disse che ero un presuntuoso, che ero o un genio o un cretino e un mucchio di stupidaggini che vi risparmio. Io gli feci sentire la mia musica alla tastiera, dovetti quasi obbligarlo perchè non voleva e comunque accettai di andare a suonare la sera della vigilia e il mattino di Pasqua a patto di suonare da solo la mia tastiera. All'ingresso del sacerdote durante la cerimonia Pasquale dovevo eseguire una musica gioiosa, perchè significava la Resurrezione. Io mi ero preparato una musica adeguata, ma quando lui entrò al suono della campanella, dimenticata qualsiasi traccia, ho improvvisato una musica regale di una forza e di una bellezza incon-suete, tanto che nella predica Don Francesco ha parlato di musica e magia e non a caso.Il giorno dopo, per la festa dell'Angelo, mi presentai di buon tempo per accompagnare anche quella cerimonia. Don Francesco accese l'amplificatore ed un compact disk, l'unico che aveva e che usava da anni in tutte le occasioni mi sostuì. E' stata l'ultima volta che ho visto Don Francesco.
Intanto con l'avvicinarsi dell'estate l'intolleranza del contadino nei miei confronti andava aumentando e mentre prima si limitava a guardarmi di lontano con fare losco, cominciò a seguirmi mentre camminavo lungo le stradine del paese o ad uscire di casa ogni volta che passavo davanti alla sua abitazione per andare alla mia macchina. Finchè un giorno andò a sbattere con un cingolo del trattore contro uno spigolo della mia casa e quandi io scesi per andare alla fontana lo trovai lì, fermo in piedi su di un carro che scaricava cassette di legna. Mi guardava fisso negli occhi con odio feroce e io lo guardai a mia volta. Mi gridò con rabbia: -E allora?-e scagliò con forza una cassetta sul rimorchio a una spanna da dove mi trovavo. Io mantenni la calma e gli chiesi cosa voleva da me. Capii che la situazione era ormai degenerata e che era il momento di pensare ad una soluzione e l'unica soluzione che mi piacesse era quella di andarmene. Qualcuno dei lettori penserà che abbandonare la lotta, sottrarsi ad un confronto soprattutto se si ha ragione sia segno di debolezza. Non è così. Mi sono trovato spesse volte a ad affrontare situazioni negative nel corso della mia vita e ho capito guardandomi indietro dopo tempo che il negativo della situazione era solo apparente e che in realtà è solo ai nostri occhi tale. Per dirla in breve se uno mi odia e vuole che io vada via, io vado via e faccio la sua fortuna e la mia perchè quello è l'elemento che il destino ha messo sulla mia via per mandarmi là dove io devo andare. Se io combatto contro il destino, perdo perchè è lui il più forte. Certo posso ribellarmi quanto voglio, ma alla fine sarà sempre lui a vincere. E forse un altro al posto mio porterà avanti il progetto di vita che io mi rifiuto di seguire. In questo senso è secondo me da intendere il concetto di amore per il prossimo. Ama il tuo nemico, ama il tuo prossimo come te stesso; come è possibile quando dal mio prossimo viene odio e violenza? Ecco forse nel modo che ho appena detto, non si tratta di amare uno perchè fa del male ed in particolare fa del male a me, o ad una persona che mi è cara, ma perchè nel suo agire c'è un bene che io non posso sapere nè giudicare al momento e solo dopo tempo potrò capire. Il giorno dopo sono tornato da Milano verso sera dopo una giornata difficile per gravi problemi di famiglia che mi angosciavano ed ho trovato il figlio del contadino che mi aspettava al varco. Avevo preso a parcheggiare l'automobile a lato della loro casa su proprietà altrui, e questo li faceva impazzire dalla rabbia. Quasi mi mise le mani addosso e mi chiese di spostare la macchina. Io la portai avanti, ancora più vicino alla loro casa e mi ingiunse di spostarla di nuovo: "Perchè non se ne va da qui, sa che qui nessuno la sopporta più a causa della sua prepotenza?". Già, prepotente sono io che non posso neanche parcheggiare la macchina per strada, non lui che mi obbliga a spostarla dovunque la metta e che addirittura vuole che me ne vada di casa e dal paese! E' proprio quello che farò: me ne andrò via. Dove non importa: dovunque, ma lontano dai pitocchi. "Se voglio diventare santo lo decido io e da solo, non ho bisogno che mi martirizzate!", gli ho urlato con tutta la mia forza... E invece no, ha ragione lui: è grazie a lui che io raggiungo la mia nuova méta. Residenza Adriatica, Jesolo Lido.

PICCOLO PODERE TERMINE GROSSO
Non so perchè ho deciso di raccontarvi la mia storia ritornando all'indietro, come fanno i gamberi. Forse perchè così è più immediata la comprensione della sua mostruosità. Vi avevo accennato all'inizio del capitolo precedente ad un prepotente dal quale ero fuggito trovando rifugio a Freddezza. Ebbene dovete sapere che anche in questa occasione la casa che avevo trovato a Travo località termine Grosso mi era servita a fuggire da un vicino di casa di Pieve Porto Morone, piccolo paese sulle sponde del Po, che si trova al confine tra la Lombardia e l'Emilia Romagna. Quella volta, avendo messo in vendita la casa e avendo trovato un compratore, finii in un albergo di Caorso in attesa di trovare una nuova casa. Una mattina ero andato a trovare il mio amico Gandini al centro culturale di Castel San Giovanni e lì parlando del più e del meno mi cadde l'occhio sulla pagina della Libertà che reclamizzava le offerte immobiliari. Dissi a Giuseppe: mi basterebbe un rustico su due livelli con un piccolo prato davanti, che non costi più di trenta milioni. Presi il giornale e trovai un annuncio che faceva al caso mio: vendesi rustico su due livelli con cento metri di verde attorno nelle vicinanze di Travo. Per prima cosa mi incuriosì parecchio il nome. Mi immaginavo un paese steso ai piedi di un enorme travo. Poi il fatto che sembrava che quell'annuncio fosse stato fatto apposta per me. In ogni caso telefonai subito all'agenzia e fissai un appuntamento per il giorno successivo. Forse qualcuno si chiederà perchè cercavo sempre case da pochi soldi e fuori città. Ebbene avevo lasciato il mio lavoro di insegnante per darmi allo studio della composizione musicale e così, rimasto con la pensione minima, non potevo certo permettermi granchè, inoltre non volevo disturbare i vicini di casa con il suono del mio pianoforte. Il giorno successivo, di buon mattino, mi incontrai con l'agente immobiliare che mi portò da Ponte dell'Olio nella Val Nure (a sud di Piacenza) verso Bettola e poi sulla montagna che scende a Perino nella Val Trebbia e quindi a Travo. Vidi tre, quattro rustici prima di arrivare a quello segnalato sul giornale. Capii subito quando lo vidi che era quello che faceva per me. Una capanna di sasso molto carina , tutta da rifare e come la vidi me ne innamorai e la vidi bella come se fosse già stata finita. Purtroppo non l'avrei mai vista così: qualcun altro me l'avrebbe impedito, ma questo io non potevo saperlo. Feci la mia controfferta e intanto rimanevo in albergo aspettando la risposta del proprietario, che poco dopo accettò. Così avevo una nuova casa ! Avevo chiesto di poter avere subito le chiavi per entrare a fare i lavori e così dopo poco entrai e dormii subito la prima notte che ebbi la possibilità di farlo. Al mattino fui svegliato dalle lamentele del proprietario che era seccato del fatto che io vi abitassi di già e ne parlava con un vicino. Era domenica, una domenica di maggio, e di lì a poco iniziò una processione che non finiva mai di belle famigliole con prole numerosa, tutti super omogeneizzati. Pensai che ci fosse un ristorante nella zona, in seguito seppi che era la festa di compleanno di una nipotina di un mio vicino . La mia vita nella nuova casa iniziò all'insegna del lavoro di restauro: bisognava togliere i soliti intonaci marci e compagnia bella. La sera mi godevo il fresco con lunghe passegiate nel bosco e poi, quando faceva buio amavo camminare in mezzo alla strada sterrata, mentre una miriade di lucciole faceva contorno al mio passaggio. A volte quando spegnevo la luce e aspettavo di addormentarmi vedevo una lucetta che svolazzava sopra il letto su fino ai grossi travi che reggevano il pesante tetto di sasso. Una volta ne trovai una nel letto! Spero che qualche lettore non vorrà pensar male… Nei fiori di tutti i colori e numerosissimi che crescevano spontaneamente nei prati e sui bordi della strada vedevo il mio amore e così la solitudine si stemperava in una sensazione di comunione con la natura e con gli animali del bosco. Si è molto più soli con moglie e figli in città che eremiti in cima ad una collina in mezzo alla natura! So che qualcuno storcerà il naso, ma provate a svegliarvi il mattino, affacciarvi alla finestra e di vedere la lunga coda di una volpe volare sulla neve argentea illuminata dal sole…

STORIE DI PIANOFORTI
Il mio nuovo pianoforte da mesi aspettava che lo mandassi a prendere a Pavia dal signor Rizzi. Un giorno mi aveva telefonato quando ancora abitavo a Pieve Porto Morone e mi aveva detto di avere un'occasione che faceva per me, un verticale alto americano. Io gli avevo risposto che ero senza una lira e che non potevo impegnarmi in nessuna spesa.
Una sera alle sette passate sentii bussare alla mia porta. Era lui. Non sa cosa perde. Ma non posso ripetei. Non le costa nulla venire a vederlo. Lo seguii fino a Pavia nel suo magazzino. C'erano decine di pianoforti di tutti i tipi. Mi fece provare il pianoforte americano. Suonava forte e pulito, ma la meccanica non mi soddisfaceva del tutto. Vede, dissi, io sono senza soldi, ma non per questo mi accontento di un suono qualunque. Promise che l'avrebbe sistemato a puntino e poi rimase fino quasi alle nove a farmi provare i pianoforti migliori, compreso un mezza coda Steinway & Sons che aveva bassi che sembravano violoncelli e acuti che assomigliavano a campanelli. Lo acquistai ( il verticale americano) e finii di pagarlo due o tre anni dopo e intanto, visto che volevo andarmene via dalla casa, lo lasciai nel magazzino di Rizzi a Pavia. Ogni tanto avevo il permesso di andare a trovarlo e di suonare, la commessa mi dava le chiavi ed io potevo sfogarmi un po’. Ora potevo farmelo portare e fu per me una grande gioia poter suonare su di uno strumento finalmente decoroso. Infatti il piano che avevo prima e che Rizzi mi aveva venduto controvoglia, l'avevo acquistato per mezzo milione compreso trasporto e accordatura! Ricordo che ero andato a Pavia nel suo laboratorio e che mi aveva mostrato diverse occasioni, ma tutte costavano dai tre milioni in su. Io avevo problemi di soldi in quel momento e così gli chiesi di qualche occasione più a buon mercato. Mi disse di guardare tra quelli da buttare se ne trovavo qualcuno che poteva andarmi bene. Io ne trovai uno che mi sembrava recuperabile. Non avevo visto male: era stato un tempo il pianoforte del Teatro Verdi di Pavia e serviva per accompagnare le operette, solo che ormai era un po’ andato. Rizzi me lo portò a casa da solo su di un Ape e fu un grande momento quello per me. Adesso nella sala della casetta dove abito, a Pieve di Soligo, fa bella mostra un mezza coda Steinway & Sons, ha un suono stupendo, di una bellezza celestiale. Non per questo dimentico la gioa che provai quella volta, e tutte le musiche che ho creato sul quel piano, prima fra tutte l'Ave Maria e il Veni creator spiritus. Ricordo come fosse adesso la sera in cui vennero col trattore a prenderlo e lo caricammo su di un carretto per portarlo in piazza a Pieve, dove avrei dovuto suonare in favore di una casa di accoglienza per i ragazzi drogati. Prima di me si esibì una banda che suonò brani d'opera in un'atmosfera surreale, felliniana. Ricordo che feci una ripresa video del concerto ed ogni volta che lo riguardavo mi venivano le lacrime agli occhi a sentire quella musica suonata con tanta passione e con così tante stonature. Io suonai qualche blues sul piano scordato a causa del viaggio avventuroso e poi la notte qualcuno ebbe la bella idea di coprirlo con un cellophan, così al mattino era da buttare perché il sole aveva cotto i feltri inumiditi dalla condensa. Chiamai Rizzi che venne e mi sgridò per quello che avevo fatto e armeggiò per un intero pomeriggio attorno al piano, per riportarlo a condizioni accettabili…

AL LAVORO
Fu un'estate calda, terribilmente calda. Durante il giorno me ne stavo chiuso in casa cercando di sopravvivere grazie al fresco che emanavano i grossi sassi che avevo così ben pulito. I lavori continuavano con il rifacimento degli intonaci e poi iniziai a suonare e a lavorare all'arrangiamento per coro polifonico dell' Ave Maria e del Pater Noster che avevo composto tempo addietro. L' automobile con cui ero arrivato era una Panda sgangherata che avevo acquistato all'Auto Oltrepò di Stradella. Non entrava più la retromarcia e pensavo ormai di demolirla. Così, con gli ultimi soldi avanzati dalla vendita della casa di Pieve Porto Morone, acquistai una vecchia Volvo diesel che mi permetteva di andare con più agio avanti e indietro da Venezia, ove avevo conservato la mia prima casa: una mansardina che affittavo settimanalmente. Portai la Volvo su a Termine Grosso e la parcheggiai in alto sulla strada che sovrastava il piccolo podere, per non occupare con le due macchine tutto il praticello davanti a casa. Non avevo calcolato che a qualcuno lassù, la cosa poteva non far piacere. Iniziarono così i soliti dispetti alle automobili. Dico soliti perchè in precedenza, a Pieve Porto Morone ed a Milano da dove provenivo avevo avuto una serie infinita di danneggiamenti e guasti procurati, tanto che avevo fatto una denuncia alla Questura di Milano. Per liberarmi di un vicino ero andato in un posto fuori dal mondo e mai dico mai mi sarei aspettato di trovare gli stessi problemi. La Volvo ebbe tutto il contorno in acciaio dei finestrini gibollato a colpi di punteruolo e la Panda fu sabotata penso con dello zucchero nella benzina tanto che decisi di farla rimettere a posto sostituendo il motore ed il cambio con pezzi di recupero. I coprivalvole di plastica nera delle camere d'aria erano regolarmente tagliati con un coltello. Chi poteva essere a farmi questi dispetti? A Termine Grosso, oltre a me c'era una coppia di anziani pensionati, un anziano contadino un po' anomalo con un tremendo bugno sulla fronte figlio di alcoolizzati e sua volta dedito al bere e poi un signore con due baffoni bianchi che passava avanti e indietro col suo trattore, mi guardava e passava oltre. Finchè un giorno, trovandomi in difficoltà nella manovra di parcheggio, ebbi modo di conoscerlo. Mi invitò a casa sua e mi offrì un caffè, conobbi sua moglie, sua figlia e l'anziana suocera che viveva con loro. Era un pensionato di circa sessantanni forte e amante dei cavalli. I cavalli erano cinque o sei e stavano quasi sempre chiusi in un recinto coperto, aspettando di potersi sfogare a correre all'impazzata le poche volte che li lasciava uscire a pascolare nei prati. Un'altra volta, mentre ero a Venezia ad accudire alla mia casetta mi arrivò una telefonata da parte di sua moglie che mi avvisava che il vento aveva fatto cadere una finestra, di tornare immediatamente. Io chiamai un muratore del luogo e gli chiesi di fare qualcosa perchè mi era impossibile tornare subito. Quando poi tornai, vidi che la finestra non poteva essere caduta da sola, ma che qualcuno e con grande violenza l'aveva cacciata all'interno della casa. Ma chi? All'inizio sospettai del Piero a causa della sua ubriachezza che lo rendeva inaffidabile. Di lui si raccontava che quando erano morti i suoi genitori e i parenti lo avevano caricato su di una seicento multipla per portarlo in paese alle esequie si era gettato dalla macchina in corsa per la paura: non era mai stato in paese in vita sua! Questo non deve stupire: mi raccontava Renata che nella civilissima Venezia certe vecchiette non erano mai uscite dal loro sestriere, Apparentemente i miei rapporti erano cordiali con tutti i residenti nel piccolo podere, eppure qualcuno non aveva digerito il mio arrivo, ma chi? Intanto mi accorsi che nel paese di Travo esisteva una certa qual vita culturale e durante l'estate seguente conobbi alcuni esponenti del circolo culturale Minerva che stavano organizzando una mostra di pittura per inaugurare il Castello di Travo che era stato restaurato da poco. Partecipai ai turni di guardia alla mostra ed entrai così in contatto con Andrea, un giovane studente di clarino la cui storia assomiglia incredibilmente alla mia. Egli aveva scelto di affrontare gli studi da ingegnere, ma poi l'amore per la musica lo aveva convinto a lasciare la facoltà ed a iscriversi al Conservatorio. Dirigeva un coro presso la parrocchia di Travo. Qui c'erano due preti, due gemelli di buon cuore, anziani e di salute cagionevole.

IL CORO DI TRAVO
Cominciai a partecipare alle prove del coro, quando a settembre riprese l'attività per preparare il concerto di Natale. Andrea era alto, magro, con gli occhiali, uno sguardo ed un sorriso beffardo, un po' ironico, soprattutto nei confronti di se stesso. Il papà di Andrea era alto magro secco, con i baffi e gli occhiali e lui sì era ingegnere ed aveva uno studio importante. Era anche molto distratto ed aveva una passione innata per la buona cucina, tanto che proprio quell' estate aveva coinvolto tutta la famiglia nell'apertura di un bar gelateria ristorante che si trovava proprio all'inizio del paese e che confinava col Castello di Travo. Andrea non amava molto questa attività, che dopo neanche un anno fu ceduta ad altri. Intanto io avevo terminato l'arrangiamento dell'Ave Maria e del Pater Noster, così chiesi ad Andrea di metterli in repertorio. L'Ave Maria era in tutte le lingue d'Europa e questo costituiva un problema per parecchi del coro. Così una domenica fredda e nevosa di dicembre la rifeci in italiano e gliela portai. Andrea ritornò dopo qualche giorno con un rifacimento suo della musica. La cosa mi fece piacere, ma nel corso delle prove cresceva in me l'insoddisfazione di sentire una diversa sensibilità e di non avere mai potuto sentire il mio arrangiamento. Ci fu una breve scintilla tra di noi e poi soprattutto dopo che rifeci completamente la parte dei bassi in un modo che a lui piacque molto tra di noi tornò l'accordo. Intanto Andrea mi aveva proposto di scendere in paese in un monolocale di proprietà della sua famiglia che si trovava sopra il ristorante, e così lasciai la mia amata capanna che durante l'inverno era una specie di ghiacciaia. Durante il giorno mi arrangiavo, mi muovevo, suonavo il pianoforte e mi scaldavo con il camino e con una stufa a legna e carbone, ma di notte appena la legna finiva, veniva un freddo tale che mi faceva male la testa. Così trascorsi l'inverno in questo monolocale con la tastiera e la televisione suonando raramente e guardando i cartoni animati alla TV. La sera poi andavo giù al bar dove non veniva mai nessuno e prendevo un gelato o un dolce parlando del più e del meno con i familiari di Andrea. Erano diventati per me come una famiglia e la piccola Isabella mi si era molto affezionata e mi dimostrava il suo affetto danzando per me davanti al resto della famiglia costernata. Arrivò così Natale, la mia Ave Maria piacque molto in paese e durante la messa di mezzanotte fu per me un emozione indescrivibile sentire la mia musica risuonare tra le volte della chiesa. Anche i due preti furono contenti, tanto che al termine delle prove, la vigilia, regalarono ad ognuno di noi un salame di torrone ricoperto al cioccolato. Giù al ristorante assieme ai familiari di Andrea c' era un'altra persona che mi aveva colpito: Marion, un'olandese. Aveva un sorriso angelico e i capelli tutti bianchi anche se la sua età non li giustificava. Sembrava una bambina diventata adulta di colpo saltando adolescenza e gioventù. Era di Amsterdam o di lì vicino e a Travo c' entrava come i cavoli a merenda, ma io ero contento che lei ci fosse. Portava occhiali di tutte le fogge, con montature colorate ogni volta diverse e girava per il paese su di una Jeep militare di colore verde, che la faceva sembrare una diplomatica dell'ONU in missione umanitaria.
Fu un inverno pieno di neve e io ne fui molto contento. Vendetti la casa di Venezia e per festeggiare andai a cena nel ristorante di Andrea che si chiamava Il Bertoletto e prendeva il nome da un noto fuorilegge vissuto a Travo qualche secolo fa. Facevo lunghe camminate lungo il fiume e mi piaceva soffermarmi e vedere l'acqua scorrere guardando dall'alto del ponte. Finito l'inverno tornai nella mia casetta e ricominciai i lavori. Arrivò la primavera e la natura iniziò a risvegliarsi piano piano . E' stupendo passare l'inverno al freddo e al gelo, per poi vedere la natura risvegliarsi e godere dei raggi del sole che si fanno man mano più forti, più decisi, più caldi.

LA SINDROME DELLA RONDINE
Lavorando a ripristinare le finestre della cucina, le avevo tolte e portate a cambiare i vetri. Fu così che un giorno entrò in casa una rondine e cominciò a svolazzarmi sulla testa. Il soffitto della cucina era molto alto perchè avevo tolto il pavimento di una stanza mansardata bassissima, impossibile da abitare, che una volta fungeva da granaio. Così la rondine decise che avrebbe abitato nella parte alta della stanza e iniziò a fare il nido. Portò la sua compagna e tutto il giorno andavano avanti e indietro a prendere fili di paglia che incollavano con la saliva per costruire il nido. Io che avevo fatto un soppalco sopra il quale dormivo, passai a dormire sotto perchè il nido era proprio sopra il letto, ovverossia sopra la mia testa. La rondine fece le uova e cominciò a covarle, mentre il suo compagno terminava la costruzione del nido. Mi facevano tenerezza ed ero contento di ospitare delle rondini nella mia casa. Sarebbero nati i piccoli ed io avrei potuto osservare la loro crescita ed i primi voli ! Non avevo calcolato una cosa: che col passare del tempo le rondini si sarebbero fatte sempre più prepotenti, rivendicando il possesso del territorio. Volavano per la stanza attaccandosi attorno alle pareti per delimitare lo spazio. Cominciarono a volarmi sopra la testa proprio per scacciarmi. A quel punto presi nido uova e rondini e le cacciai . Rimisi le finestre e non le feci più entrare.
Per un po' tornarono e stettero aggrappate al legno delle finestre, guardando dentro la stanza dove avevano costruito il loro nido, poi capirono e non tornarono più. Provai un senso di infinita pena per loro, ma poi mi consolai quando seppi che le rondini fanno due nidiate per stagione. Immagino che ora il mio lettore mi odierà per quello che ho fatto, ma si metta al posto mio ! Anche le rondini volevano a cacciarmi di casa !
Fu dopo qualche tempo che qualcuno mi disse che ospitare le rondini sotto il proprio tetto porta fortuna. E io le avevo cacciate... Non passerà molto tempo che sarò cacciato a mia volta...
Ecco perchè ho intitolato questo racconto "La sindrome della rondine", perchè ogni volta che qualcuno cerca di fare il suo nido in territorio altrui si determina un conflitto che porta alla inevitabile lotta per il predominio. Quello che sostengo io è che la vera vittoria è comunque quella di chi lascia il conflitto. Di chi permette agli altri di inserirsi nel suo territorio, così come di chi inviso lascia quel territorio se fatto oggetto di prevaricazioni. Perde invece chi affronta la lotta, la guerra che determina una situazione di invivibilià oggettiva che nemmeno generazioni su generazioni hanno il potere di cancellare. L'esempio di Israele e del popolo Palestinese è indicativo, al proposito. Laggiù non ci sarà mai pace finchè uno dei due popoli non deciderà di uscire da una spirale di guerra e follia che determina per loro una vita zoppa e infelice. Ritornando alla mia vicenda, nel piccolo podere il mio vicino aveva intanto deciso di aprire un'azienda agrituristica ed aveva cominciato una manovra di allargamento del suo dominio, che consisteva nella conquista di spazi per le automobili dei clienti. Peccato che nè io nè gli altri vicini fossimo d'accordo. Così dopo essersi trovato cataste di legna da tutte le parti, segnali che lassù hanno un inequivocabile significato, dovette ripiegare. Purtroppo i rapporti tra di noi erano andati vieppiù deteriorandosi a causa del suo carattere dittatoriale, tanto che io avevo preso ad evitare la sua casa. Non ho voglia di raccontare le discussioni poi degenerate in liti tra di noi, nè le ragioni dell'uno e dell'altro. Sta di fatto che io non intendevo più frequentare la sua casa e questo per lui era inaccettabile. Capii che dovevo andarmene e così andai in cerca di una casa e trovai quella di Freddezza, che conoscete già.

PIEVE PORTO MORONE: CASONI
Nel parlare del mio arrivo a Termine Grosso avevo accennato alla mia fuga da Pieve Porto Morone ed ora, mentre mi accingo a parlarvi di quello che mi accadde laggiù, che fu probabilmente molto più grave e difficile da affrontare di quanto mi occorse in seguito, non posso esimermi dall'accennare al fatto che arrivai a Porto Morone in fuga da Milano, dalla casa di mia madre. Di lì dovetti andarmene su richiesta della mia famiglia dato che, per amore di una donna che abitava tre piani sopra il mio appartamento e che conviveva felicemente con uno che io naturalmente detestavo, mi ero messo secondo loro in una situazione pericolosa e così un giorno di pioggia caricai la mia automobile e mi trasferii armi e bagagli nella casa di Pieve. Debbo ammettere che questa casa l'avevo acquistata in previsione di un eventuale punto di fuga da una situazione che non era facile, ma che soprattutto era difficile da affrontare dal punto di vista umano, non che io pensassi di fare mai alcunchè di male o che viceversa potesse accadere a me qualcosa. Pensai di cercare casa nel lodigiano tornando nel paese dal quale tanti anni prima mio padre era partito per Milano. Mi rivolsi così ad un'agenzia immobiliare di S.Colombano e presi appuntamento. Mi mostrarono tre rustici. Uno era brutto e misero, uno andava bene sia per il prezzo che per la dimensione, l'ultimo era molto bello ma troppo impegnativo per me come prezzo e come dimensioni e poi tutto da ristrutturare. Tornato a casa ne parlai con mia madre, ma lei non voleva che io me ne andassi e mi dissuase. Fu in seguito al deteriorarsi della situazione che capii che dovevo assolutamente crearmi una via di fuga. Tornai così a S.Colombano dall'agenzia immobiliare. Restava soltanto il rustico più bello. Una casa su tre piani, un fienile, un'altra casetta su due piani e duemila metri di terra. Senza contare che quelli dell'Agenzia mi fregarono un portichetto e tre pertiche di terra truffandomi nella stesura del preliminare. Comunque la casa fu mia e iniziai ad abitarvi in un giorno di novembre, dormendo su di una ottomana regalatami da vicini, con una stufetta elettrica accesa a due metri di distanza per cercare di riscaldarmi un po'. Feci presto conoscenza di tutti quelli che abitavano nella corte ed in particolare di un calabrese che quando mi si presentò aggiunse: -A me stanno sul ca.. i milanesi con le Mercedes.-Io risposi che anche il Papa circolava su Mercedes e questo non era motivo di disprezzarlo, ma evidentemente non riuscii a fargli cambiare idea nei miei confronti, tanto che il suo odio verso di me arrivò al punto di tentare di uccidermi e quasi vi riuscì. Ma andiamo con ordine... A quel tempo, come vi ho già detto insegnavo ancora. La mia sede era a Limbiate a Nord di Milano. Abitando in città mi era facile con il tram arrivare e così nell'altra sede, a Cesate, con le ferrovie Nord. Ora tutto cambiava, il viaggio da casa a scuola andava fatto necessariamente in macchina, così vendetti la mia vecchia Golf color oro targata Treviso per prendere un grosso diesel che mi dava più sicurezza sulle strade nebbiose della Lombardia. Questo fatto, questa scelta basata sulla mia sicurezza aveva irritato il calabrese, perchè lui aveva una macchina più piccola, una vecchia Ford Taunus che naturalmente poco dopo, anzi subito trasformò in cuccia per il cane acquistando una nuova vettura più grande. Subito dopo avermi accolto con quelle male parole mi invitò a vedere dei mobili che aveva scartato e che secondo lui io avrei dovuto comprare, poi mi mostrò i lavori che aveva fatto nella sua casa e mi disse che era capace di fare tutto e che avrebbe potuto fare tutti i lavori di ristrutturazione della mia proprietà. Insomma aveva trovato secondo lui il pollo giusto. Io gli risposi che la casa in cui avevo abitato in precedenza me l'ero rifatta tutta da solo e che così intendevo continuare. Fu guerra. Un giorno venne a chiedermi l'uso di una stanza della casetta singola. Doveva depositare delle finestre fino a Natale. A Pasqua successiva nella stanza c'erano materassi motorini e compagnia bella, oltre alle finestre. Chiamai suo cognato che abitava di fianco a me e gli dissi che lo spazio mi serviva. Mi rispose che allora avrei potuto fargli pagare un affitto! Poco dopo arrivò con le chiavi del lucchetto. Le guardai e vidi che le aveva stortate. Non ci vidi più dalla collera. Andai alla sua casa. Stava issando da un balcone le finestre con l'aiuto di moglie e cognato. "Professore vaffà, tenetemi se no scendo! ". Io di rimando: "Voi non siete di qui e dovete stare attenti a come vi comportate!"Era un periodo che io non ne potevo più della prepotenza dei meridionali immigrati. Al lavoro, soprattutto a Limbiate, tutto l'ambiente: alunni, famiglie,docenti, preside era di recente immigrazione. Sia chiaro che io non sono razzista, nè ce l'ho con i meridionali. All' inizio del secolo mio nonno venne da Minervino Murge a Milano per studiare da ingegnere e mia madre di nome si chiama Saveria. Ma quello che succedeva in quella scuola era tutto un programma. In Provveditorato a Milano tutto era in mano a loro, potevate vedere in atrio la biancheria stesa del bidello che vi accoglieva in canottiera nel suo gabbiotto. Per le supplenze, nelle scuole da loro controllate, arrivavano professori con titoli di studio fasulli che non sapevano insegnare e che lasciavano che i ragazzini facessero quello che volevano. Naturalmente a fare le spese di questo erano soprattutto gli alunni e le famiglie. Ma anche noi insegnanti, quelli veri dico...
Siccome in classe non riuscivo più a fare lezione, vuoi per il chiasso che c'era in tutto l'istituto, vuoi perchè i miei alunni si erano abituati a comandare nelle altre ore, cominciai a lamentarmi e a dire che chi non sapeva insegnare e che era venuto a rovinare i ragazzi doveva tornare a casa sua. Non l'avessi mai fatto ! A un certo punto arrivò una nuova collega napoletana grassa, sempre vestita di nero, occhiali neri, cantante lirica e insegnante di musica, così almeno a suo dire. Soltanto adesso so che essa rappresentava per me la Morte. Intesa come radicale cambiamento di vita. Un giorno, durante l'intervallo i venne a sedersi al mio fianco in sala docenti e mi aprì la valigetta . Trovò tra le varie cose un vangelo e disse:"Mamma mia, ma sei un pretone ! "Poi a mezza voce aggiunse: "La tua morte è vicina."Io la guardai e le chiesi di spiegarsi meglio: mi fece cenno di uscire e aggiunse:"Tu sei un capo carismatico e hai dato fastidio a qualcuno. Non io, altri ha deciso così per te."Io presi e andai subito a denuciare la cosa al preside. Lei venne poi in classe mia a dirmi che aveva fatto semplicemente una citazione letteraria. Il preside minimizzò, ma poi si diede malato ed in occasione dello scrutinio di fine quadrimestre mi accompagnò alla porta della classe e se ne andò augurandomi buon lavoro. Sentii qualcuno sussurrare: "Dobbiamo spaventarlo a morte !". Infatti avevo denunciato l'accaduto ai Carabinieri e più d’uno di quei signori aveva una fifa blù . Andai poi in questura a Milano e denunciai anche lì l'accaduto. Era chiaro che a loro meno di così non poteva interessare e così chiamai Roberto, un vecchio amico e i miei perchè venissero a prendermi. Ero sconvolto, sconvolto per la meschinità di quella gente. Roberto mi consigliò di prendermi un periodo di riposo per esaurimento e così feci. Scoprii che si può vivere anche senza andare a scuola ad insegnare qualcosa a qualcuno, suonando un pianoforte e coltivando piselli, radicchio e rucola. Era il periodo di Carnevale ed ero a Pieve da novembre. La mia vita si stava movimentando un po' troppo. Era quello che cercavo venendo via da Venezia, dove sentivo che la mia vita era ferma, ma ora gli avvenimenti si susseguivano sempre più caotici e la mia vita sembrava rotolare per una china pericolosa, senza più controllo.
Attento alle piccole spese professore -Caro, vecchio maresciallo De Giorgi. Un mattino, pedalando verso casa, vidi una signora con la testa avvolta da un fazzolettone alla maniera contadina. Era la sorella di Augusto che, vedendomi arrivare, mi chiese se abitavo lì vicino. Io avevo già notato il campo che costeggiava la sua casa perchè era pieno di fiori, ma di fiori così belli e ben disposti che spiccava tra tutti per bellezza. Mi disse di andare a trovare suo fratello e fu un suggerimento fortunato. Lui era un furbacchione e per farmi parlare dei miei guai accennò alla storia d'amore tra un prete e una donna sposata, storia che richiamava il mio amore milanese e che serviva come esca per farmi parlare. Augusto era un maresciallo dei carabinieri in pensione e sapeva come far parlare la gente! A parte gli scherzi io ci cascai volentieri e lì nacque un'amicizia che ancora oggi coltivo. Era la prima volta che abitavo in un piccolo paese di campagna. Imparai gli usi e i costumi del posto, nel bene e nel male. I dispetti del vicino di casa continuavano nel frattempo con costanza e determinazione. Un giorno tornando a casa trovai che mi aveva chiuso il contatore del gas e un'altra volta trovai la macchina aperta con i fari accesi e la sirena che suonava. Le gomme improvvisamente presero a sgonfiarsi tutt'e quattro e dovetti mettere camere d'aria al loro interno. Mi consolava il fatto di non essere l'unico destinatario dei suoi dispetti. Anche l' idraulico da cui mi servivo, che aveva una casa di sua proprietà lì vicino, era una sua vittima. Mi ricordo una sera con la pila e una pinza a tirar fuori tre finissimi fili di ferro che qualcuno gli aveva infilato nella serratura del cancello ! Se qualcuno si chiede come mai sono nati movimenti razzisti e anti-immigrati nel nord tenga conto anche di fatti come questi. Quando mancava ormai poco più di un mese alla fine della scuola, dovetti affrontare il problema se tornare o meno a chiudere l'anno. Avevo paura che fossero gli alunni a subire le conseguenze di tutta quella brutta storia e così, contro il parere dello psicologo, decisi di rientrare. Al mio rientro trovai i genitori che mi aspettavano imbufaliti. Non ce l'avevano con me, ma con i miei colleghi, i quali dopo non aver fatto nulla tutto l'anno, pretendevano di bocciare metà classe per punirla della loro inadegatezza. Avevo visto giusto. Ovviamente il preside mi lasciò da solo affrontarli. Io comunque sapevo di essere da loro benvoluto per il lavoro svolto l'anno precedente. Dissi all'incirca che in una scuola dove il preside non faceva il preside, gli insegnanti non insegnavano, gli studenti non seguivano le lezioni e non facevano i compiti e i bidelli non pulivano, non era possibile ottenere risultati decenti. Dissi anche che avevo ottenuto trasferimento per l'anno successivo e che auguravo loro buona fortuna. Come vedete a volte nella vita ci si possono prendere piccole grandi soddisfazioni. Del resto l'anno precedente le cose erano andate meglio, ma non del tutto.

VIRGINIO
Virginio aveva fatto le elementari senza imparare a scrivere, promosso ogni anno grazie alle sue minacce alle maestre . Quando faceva il tema in classe riempiva quattro facciate fitte fitte di parole finte, scritte con una calligrafia molto infantile.Lui i libri non li comprava, e se li aveva non li portava mai a scuola. Leggeva in modo molto stentato e si arrabbiava subito con i com-pagni che lo prendevano in giro per i suoi errori, naturalmente minacciandoli che appena fossero stati fuori... Dato che sembrava venire a scuola solo per minacciare a destra e a manca e non imparava un cribbio, un giorno mi stufai e lo mandai dal preside. Tornò in classe nero.
"Ti farò prendere dai miei fratelli a te e anche al preside ! ". Lì per lì la minaccia mi lasciò più stupefatto che impaurito, ma in seguito, saputo che uno dei suoi fratelli era in prigione e che di professione faceva il pugile, decisi di passare all'azione. Consultai il codice penale e chiesi ai Carabinieri a cosa andasse incontro chi picchiava un insegnante e scoprii che a scuola un docente è da considerare pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni e che pertanto la pena era aggravata.Andai poi in una libreria del centro e comprai una enciclopedia compact piena di illustrazioni . Il giorno dopo riferii a Virginio quanto mi avevano detto i carabinieri e gli feci capire che se mi fosse successo qualcosa sapevano chi cercare. Poi gli diedi il libro che gli avevo comprato e lui ebbe una terribile crisi di pianto e mentre piangeva bestemmiava e insomma… l'avevo colpito. E affondato. Infatti da quel giorno io passai sotto la sua protezione. Guai a disturbare la lezione o a interrompere: il piccolo boss interveniva prima di me e devo dire che era molto autorevole. Io comunque non ebbi piacere della cosa e mi riappropriai subito delle mie prerogative, ma con Virginio non ebbi più alcun problema, o quasi anche grazie a un film girato con la classe intitolato "Il Reame di Limbiaturlandia", nel quale Virginio aveva la parte di protagonista.

UN PERSONAGGIO INCREDIBILE
Un altro personaggio incredibile di quella scuola era il preside. Del resto quasi tutti i presidi sono personaggi incredibili... Ma questo era davvero speciale. Era un siciliano alto, moro, si vedeva che era di buona famiglia. Per certi versi era anche un bell' uomo, impettito, con i baffoni e gli occhiali d'oro. Veniva a scuola su di una A112 color panna e nera piena di cartacce e di ogni schifezza immaginabile. Lui invece era sempre vestito con eleganza ricercata, con abiti di raso nero e cravattino tanto che sembrava pronto per la prima della Scala o per il matrimonio del fratello. Aveva tra le varie attitudini quella a considerarsi padrone della scuola e teneva nei miei confronti un atteggiamento duplice, di stima per come lavoravo e di odio per il mio atteggiamento ribelle nei confonti dei suoi modi autoritari. Un giorno entrò in classe durante la mia lezione e davanti ai miei alunni disse: "Professore, lei sa che tra poco ci sarà la festa della scuola. Mi hanno detto che lei sa suonare il pianoforte, che ne pensa di suonare per noi vestito da coniglietta? "Un'altra volta entrò in sala insegnanti mentre stavo pizzicando una chitarra. Al suo ingresso io smisi di suonare e lui, guardandomi dritto negli occhi mi disse: "Professore lei ha paura di me?". Il suo capolavoro però fu però l'acquisto del pianoforte. Senza chiedere nulla a nessuno fece arrivare a scuola un pianoforte e lo fece collocare in atrio. Il giorno della festa della scuola, vestito come sempre con cravattino e pseudo smoking, si mise accanto ad un banco proprio al centro dell'atrio. Accanto a lui il presidente del Consiglio di Istituto. Sul banco un enorme scatolone di cartone: ad ogni genitore che entrava chiedevano un contributo e quando il poveretto versava i soldi guardandolo dritto negli occhi commentava: "Così poco? ". Devo dire che non capivo il perchè del suo atteggiamento così odioso, nè potevo capirlo. Qualche tempo dopo, quando ormai non insegnavo più in quella scuola, seppi che era gravemente ammalato di leucemia e che già allora gli restava poco tempo da vivere.

MEDE LOMELLINA
Il mio trasferimento fu davvero provvidenziale, e questa volta finii a Mede in Lomellina: da Pieve Porto Morone a Pavia e di lì verso Mortara, in mezzo a sterminate risaie. In questa scuola mi trovai bene. Ebbi solo qualche problema perché nonostante avessi due macchine, a volte dovevo andare a scuola in treno dato che il mio vicino di casa ci dava dentro con sempre maggiore impegno. Questo significava uscire di casa alle quattro e mezzo, prendere il locale delle cinque per poi aspettare la coincidenza a Pavia e arrivare a scuola giusto giusto. La preside era una donna di una certa età con un carattere imperiale e per fortuna mi prese subito sotto la sua tutela. Apprezzava la mia attività creativa, non il fatto che quando c’erano le riunioni che duravano fino a sera tardi io me ne andassi a casa per non perdere l’ultimo treno, così mi fece un rapporto col quale mi chiedeva di giustificare un’assenza ad un incontro con i genitori. La riunione successiva presi il treno che mestamente si fermava a Pavia, senza continuare per Chignolo PO. Di lì un taxi fino a casa per una spesa di circa ottantamila lire. Pensai allora di fermarmi a dormire a Mede nella Locanda Italia, perché tutto sommato risparmiavo e mi riposavo pure potendo presentarmi fresco fresco il mattino successivo per il consueto match con i miei piccoli acerrimi nemici. Fu così che nacque questo scritto, per un fatto accaduto dopo una doccia nella Locanda Italia a Mede Lomellina. Lo riporto qui integralmente così come lo elaborai allora.
A Don Pietro
Al Vicario dell’Arcivescovo di Milano, Monsignor Giovanni Giudici
Al Cardinale Carlo Maria Martini
Al Sommo Pontefice Giovanni Paolo Secondo

"IL DIVORZIO IN S. MATTEO"
"Io poi vi dico che chiunque manda via sua moglie, ( salvo il caso di fornicazione), e ne sposi un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la donna ripudiata diventa adultero."
Quella sera di febbraio pioveva a dirotto a Mede ed io alloggiavo presso la Locanda Italia. Nel pomeriggio girovagai per Mede senza meta ed acquistai un orologio per il concorso creativo organizzato nella scuola, orologio che, assegato come primo premio dall’Amministrazione Comunale che patrocinava la manifestazione, tra l' altro, non mi è mai stato pagato.
"Prova a far domanda al sindaco…", "Venga e ne parliamo, la aspetto lunedì alle dieci nel mio studio."Parlare di cosa? Questa è gente che amministra il bene pubblico, gestisce bilanci di miliardi e non paga un orologio ad un insegnante che organizza concorsi creativi per bambini a favore dell'Unicef. Anche questa è purtroppo l’Italia di oggi.
Torniamo al mio pomeriggio piovoso: rientrato in albergo dopo una doccia rilassante e prolungata mi sdraiai sul lettino della mia piccola stanza e accesi la TV. Non trsmetteva nulla di interessante. Presi la mia valigetta e guardai cosa c’era dentro: un po’ di tutto, ma una cosa che non manca mai è il Vangelo. Non conosco alcun libro che si possa rileggere all’infinito come questo senza stancarsi mai.
E’ un piccolo libro azzurro edito dalla Libreria Editrice Fiorentina a cura della Compagnia San Paolo, con la prefazione del Cardinale Schuster, pubblicato nel 1926. Lo trovai nel cassetto di un vecchio comò della mia casa di Pieve Porto Morone. Rimasi come fulminato. Quello che mi colpì fu quella frase: salvo il caso di fornicazione. Commette adulterio chiunque manda via sua moglie e ne sposa un’altra, salvo. Ma allora se uno chiede il divorzio dal consorte che l’ha tradito e si sposa di nuovo, non commette adulterio! Allora perché la Chiesa non ammette il divorzio in questo caso?
Cominciarono ad affacciarsi alla mia mente un mucchio di pensieri. Decisi di documentarmi meglio e di andare con i piedi di piombo. Ne parlai con una collega docente di religione, la Prof Sturla, che mi portò un Vangelo dove la traduzione era differente, al posto di moglie era scritto donna e al posto di salvo il caso di fornicazione era scritto salvo il caso di concubinato. In questo modo veniva eliminata l’unica eccezione riguardo alla possibilità di sciogliere il vincolo matrimoniale, perché sciogliere un rapporto di concubinato non comporta certo necessità di divorzio. Quella traduzione però non mi convinceva. Tradurre il latino fornicationem o il greco porneia con essere concubini e il latino uxorem con donna mi sembrava un forzare il senso del testo: si trattava evidentemente di una traduzione intenzionale e non rispettosa del testo. Decisi comunque di lasciar sedimentare le cose, rendendomi conto della delicatezza del problema. Ne parlai con Don Pietro, il Parroco dei Casoni di Pieve Porto Morone che mi diede alcuni testi da consultare, tra i quali "La vita di Gesù Cristo"di Giuseppe Ricciotti. Il Ricciotti, a proposito del punto controverso, dice: "Matteo, con la sua particolare difficoltà, ha tutte le apparenze di aver conservato meglio l’insieme delle parole di Gesù."(Par. 480, pag 570 ), e continua più avanti: "Si noti che i Farisei hanno domandato a Gesù – Se è lecito rimandare la propria moglie per qualsiasi causa -, intendendo senza alcun dubbio il divorzio ebraico; Gesù in risposta ha dichiarato lecito tale rimando nel solo caso di fornicazione (adulterio) della donna."Più oltre però aggiunge: "Gesù dunque ha concesso non il divorzio, bensì la separazione. Ma i Giudei sapevano distinguere tra divorzio e separazione?". Già, aggiungo io il Ricciotti si tira fuori dai guai inserendo questa sottile distinzione tra divorzio e separazione, inventandosela di sana pianta.
Gesù ha detto che se uno lascia la moglie e ne prende un'altra commette adulterio eccettuato il caso di fornicazione. Così è scritto. Gesù ha dato un’indicazione che segue la logica della giustizia e dell’amore, sta a noi raccogliere la sua indicazione. Già, perché l’amore, quell’amore che unisce uomo e donna fino a farne un’unica carne può anche finire quando in quell’unica carne ne entra un’altra. Non è una questione puramente materiale, di corpi e basta.
Credo che si sia santi nel proprio corpo prima che nella propria anima. Un corpo santo non commette peccato perché non ne prova il desiderio o per meglio dire non manda alla mente segnali e stimoli che la possano turbare. E l’anima per me è legata indissolubilmente all’essere completo dell’uomo, che comprende mente e corpo, sensi ed intelletto. Qualcuno sta peparando un roghetto per me in qualche piazza? L'uomo non tenga unito ciò che Dio ha sciolto. Mi riferisco in questo caso non all’adulterio, che non è certo ispirato da Dio, ma alla vittima di questo. Che il Signore, secondo le parole di Gesù scioglie dal vincolo con il compagno che lo ha tradito e quindi lascia libero di risposarsi. E l’altro, il traditore, l’adultero? Gesù lo ha detto: va e non peccare più. Anche l’adultero o l’adultera possono trovare di nuovo la strada della pace interiore e dell’amore vero. Spesso persone sole, tradite, senza prospettiva di poter vivere un nuovo periodo di felicità e di amore, finiscono preda di corvi e vivono rapporti di non amore, di squallidi legami fisici se non addirittura di palese interesse. E i figli? Chi ama sinceramente un uomo o una donna non può non amare anche la sua prole. Questo mio scritto è indirizzato alla Chiesa Cattolica Romana e vuole lanciare un caldo appello perché sia riconsiderata la posizione di coloro che hanno divorziato o si sono separati a causa dell’adulterio del coniuge e che vivono questo dramma senza potersi ricreare una famiglia. Io non chiedo riforme o innovazioni, io chiedo che si rispetti quanto sta scritto nel Vangelo. Nella povertà affettiva, nel grave disagio di chi è solo ed emarginato vi è una povertà spesso più grande di quella dovuta alla mancanza di beni materiali. E’ la mancanza d’amore, quella mancanza il cui vuoto rende a volte persino disumana la vita.
Pieve Porto Morone 12-1-1992
Sono passati pochi giorni da quando ho inviato la mia missiva e mi arriva una prima risposta: è la Segreteria del Cardinale Martini che mi comunica che, essendo il Cardinale in partenza per l’estero, non ha avuto tempo di leggere il mio scritto.
Passa ancora un po’ di tempo, è domenica, sono ospite di Marta. Leggo il giornale del papà di Marta, montanelliano di ferro, un articolo attira la mia attenzione, il titolo dice: -"Assistiamo i divorziati"prudente apertura del Papa -
--Le persone divorziate e risposate devono avere assistenza pastorale, ma si deve ripettare il diritto canonico --.
Mi viene un colpo: che sia per merito del mio scritto? Non lo saprò mai, ma mi piace pensarlo.

LE BANCHE
Il mio rapporto con le banche non è mai stato tranquillo, almeno negli ultimi anni. Diciamo che è andato evolvendosi con il resto. Fino a quando ho condotto la mia tranquilla esistenza di professore ed ho abitato a Venezia non ho mai avuto alcun problema. Per anni ho tenuto un semplice libretto di risparmio investendo i pochi soldi che avanzavo nel sistemare la mia casa e nella mia attività creativa. Il mio primo conto corrente lo aprii quando, arrivato a Milano, acquistai la casa di Pieve Porto Morone, contraendo un mutuo consistente. Quando poi fui costretto a trasferirmi a Pieve pur continuando ad insegnare a Nord di Milano, le mie spese aumentarono in modo esponenziale, sia per il viaggio che per le riparazioni delle vetture che il mio vicino di casa continuamente danneggiava. Quello delle automobili è comunque un capitolo a parte sul quale mi riprometto di tornare. Tornando al discorso banche, visto che la situazione si faceva per me difficile pensai che dovevo aumentare i miei guadagni e quindi di intraprendere una nuova attività oltre all'insegnamento. Decisi di costituire una casa editrice di libri e giochi per bambini. Eleborai un progetto, ne parlai con amici disposti ad entrare in società, trovai in Marco, mio grande vecchio amico un possibile socio fondatore e in Cristina una libraia di Pieve una possibile socia accomandataria, cioè responsabile economa della ditta. Infatti come statale non potevo io rivestire io stesso quell' incarico. Preparai un progetto con più di dieci produzioni interessanti, progetto che fu esaminato ed approvato da uno dei massimi esperti italiani del settore. Fu così che decisi di chiedere un altro mutuo ipotecando la casa di Pieve. Non ebbi difficoltà ad averlo, così come il direttore della filiale dell'altra Banca con la quale avevo contratto il primo mutuo per l'acquisto della casa, mi accordò un fido per darmi modo di rimettermi in sesto. A volte nella vita, le cose vanno in modo diverso da come noi vorremmo. Raramente comunque credo siano andate così storte come successe a me in quell' occasione. Cristina non se la sentì di assumere responsabilità nell'iniziativa e si si ritirò in buon ordine dicendo che a volte la provvidenza percorre strade a noi sconosciute! Il mio amico Marco mi invitò a cena una sera per concordare le ultime decisioni prima di fare il grande passo. Fu lì che la sua compagna cominciò a trattarmi in modo incredibilmente cafone, tanto da costringermi dopo che avevo sopportato anche troppo, a chiedere rispetto e che la smettesse. Ci mancò poco che Marco mi bastonasse. Comunque fui buttato fuori di casa. Pensai in seguito, ragionandoci sopra, che probabilmente Paola non aveva piacere che qualcuno distogliesse Marco da incombenze che lei gli aveva da tempo affidato che riguardavano le sue attività creative di pittrice di tele e stoffe per divani, di cui Marco faceva praticamente il rappresentante quando non era impegnato come corniciaio, baby sitter, impiegato comunale, muratore, scrittore, contadino, apprendista avvocato e via dicendo. Mi ritrovai così a terra, i soldi del secondo mutuo mi servivano per pagare le rate del primo, ma finiti quelli ora avevo due mutui da pagare. Metà stipendio e più andava per i viaggi tra scuola e casa e poi c'era la casa da fare, dato che mancavano riscaldamento e impianti vari. Successe allora che prima in una poi anche nell'altra banca cambiassero i due direttori. I nuovi arrivati chiesero che io rientrassi entro breve termine dai fidi concessimi dai due predecessori. Uno dei due arrivò a mandarmi un ingiunzione di pagamento del tribunale che mi costò quasi un milione di spese, l'altro mi fece stare fuori dalla porta girevole di ingresso della filiale per circa dieci minuti, dato che il metal detector non sopportava i bottoni di metallo dei miei jeans. Dovete tenere conto, che io avevo una casa a Venezia, ipotecata a favore di un banca, più due case a Pieve con fienile e circa duemila metri di terreno, ipotecate a favore dell'altra,a garanzia dei mutui. Dunque le banche erano al sicuro. Avevano in mano un valore come minimo doppio di quanto avanzavano da me. Quello che non accetto è l'umiliare il cliente. Quando davanti al direttore della banca di Pieve che mi chiese di restituire i soldi entro breve andai a dire che avevo venduto la casa e pronto il preliminare mi buttò fuori dallo studio dicendo che non aveva tempo da perdere con gente come me. Quando portai ricevuta del pagamento della prima caparra dell'acquirente mi fece chiudere carta di credito addebiti delle bollette e via dicendo. Insomma dispetti veri e propri. Tant' è vero che scrissi una lettera alla direzione della sua banca chiedendo se per caso fossero mafiosi visto il comportamento intimidatorio tenuto da quel direttore. Mi convocarono al volo inviperiti. Alla fine, sentite le mie proteste, mi accordarono di nuovo il fido che il direttore mi aveva tolto e mi garantirono che fino alla conclusione del nostro rapporto non avrei più avuto problemi. In cambio dovetti firmare una dichiarazione in cui dicevo che la banca non era mafiosa ! Lo stesso feci nei confronti dell'altro direttore, il quale girava con tanto di crocefisso conficcato nel bavero della giacca. Forse era il suo emblema, quello di mettere in croce i poveri cristi. In ogni caso scrissi alla direzione che avrei restituito parte del debito con la liquidazione che avrei ricevuto di lì a poco e che avrei affittato a settimane la mia casa di Venezia piuttosto che venderla. Le stesse cose che avevo detto al direttore che mi aveva denunciato immediatamente al tribunale. Alla fine aggiunsi che quel direttore che mi aveva trattato in quel modo la croce che portava sul bavero poteva mettersela dove che andava bene. Fu così che la banca centrale mi concesse di fare come avevo detto, il direttore col crocefisso non mi volle più vedere e così potei prendere i miei accordi con una impiegata con la quale andavo d'accordo. Detto questo non voglio generalizzare, non tutti i direttori di banca si sono comportati nei miei confronti come quei due signori e adesso ho ottimi rapporti con le banche, probabilmente perchè i miei conti vanno bene. Ma è questo il punto. Quando i conti non vanno bene è giusto che una banca assuma comportamenti di quel genere? Soprattutto quando il cliente è incolpevole della situazione creatasi…
Intanto piano piano, a causa delle vicissitudini che vivevo, cominciò a far capolino in me l'idea di lasciare l'insegnamento. Ero stufo di spendere quasi tutto quello che guadagnavo per arrivare a scuola per poi ricevere continue delusioni da quell'ambiente.

RONDINE A SCUOLA
Le attività creative che praticavo per conto mio e con i bambini che erano state all'inizio motivo di soddisfazione e di riconoscimenti nella scuola si erano trasformate ormai in un problema. Presidi e colleghi erano gelosi e invidiosi del mio attivismo e delle mie iniziative, come degli articoli che sui giornali locali spesso correlavano il loro successo. Se poi gli articoli riguardavano attività creative mie personali, veri propri attacchi di invidia omicida arrivavano da parte dei miei amati compagni di lavoro. Ricordo un episodio in particolare, indicativo di quanto affermo. Fui incaricato dal Comune di Castel San Giovanni di tenere un incontro con alcune classi delle scuole superiori durante il quale, come avevo già fatto altre volte, avrei parlato dei problemi dei giovani, in particolare della tossicodipendenza e avrei concluso poi con alcune canzomi di mia produzione e con una piccola mostra di opere creative. L' incontro ebbe successo e il giorno dopo sul giornale di Piacenza uscì un articolo a mezza pagina sull'iniziativa. La settimana successiva c'era nella scuola dove insegnavo la consegna delle schede di fine anno. Io arrivai alle dieci e trovai appeso in bacheca un volantino con la fotocopia di ritagli di giornale ove, sotto la mia foto c'era la foto della prima comunione col Vescovo in primo piano e poi si diceva che io avevo invitato i ragazzi a drogarsi e a fare sesso e che per fortuna ero stato ucciso come un cane da uno che passava per caso di lì. Ora la cosa può far sorridere chi non conosce l'ambiente della scuola sopratutto oggi, quando trasmissioni televisive water vivono solo di questo e del godere della gente quando vede uno che è trascinato nel fango. Anche il preside aveva visto e riso e non aveva dato ordine di togliere quella schifezza. Scritta da qualche collega insegnante che ritenendosi fallito aveva cercato di rovinare il piccolo successo di un suo compagno di lavoro. Per me era umiliante che i miei alunni e i loro genitori avessero letto quelle scempiaggini. Questo fatto unito ad altri innumerevoli, mi convinse a lasciare un posto di lavoro dove c'erano troppe persone indegne, alle quali per giunta facevo paura perchè non avevo peli sulla lingua nel denunciare la loro inadeguatezza e impreparazione rispetto ad un ambiente in cui si formano le nuove generazioni che hanno bisogno di tutt'altro! Anche in questo caso, come nel caso dei direttori di banca, ci tengo a precisare che non si può generalizzare e fare di tutta l'erba un fascio, per cui non me ne vogliano i colleghi che leggeranno queste righe e che non debbono tutti indistintamente sentirsi oggetto delle mie considerazioni, ma se dovesse leggere queste righe uno di quei pseudo insegnanti o pseudo presidi con cui ho avuto a che fare negli ultimi anni di lavoro, sappiano che il disprezzo che nutro nei loro confronti è della qualità migliore perchè pochi sono maggiormente da disprezzare di coloro che rovinano i giovani per la loro incapacità, il loro cattivo esempio e la loro malafede.

VIA DALLA SCUOLA
Quell’anno la scuola cominciò come al solito i primi giorni di settembre, ma io non c’ero. Avevo atteso con una certa ansia il giorno fatidico, ma mi accorsi che in realtà la scuola non mi mancava per niente. Non sapevo di preciso cosa avrei fatto, sapevo solo che per la mia dignità e per la mia salute psicofisica non potevo tornare indietro da una scelta che mi si presentava ogni giorno più obbligata. Di fatto lasciai che fosse il mio istinto a condurmi verso la mia nuova vita e ben presto fu chiaro quale sarebbe stato il mio nuovo impegno. Mi sedetti al pianoforte e iniziai a suonare sempre più deciso e a improvvisare per ore. Questo sarebbe stato il mio destino. Quello che non avrei mai potuto sapere era che avrei lasciato la chitarra per il piano e il rock per la musica colta. Debbo ammettere che ebbe una forte influenza rispetto a questo cambiamento la mia esperienza con il coro polifonico di Pieve e con il suo direttore Rosalia Dell’Acqua.

L'INCONTRO CON LA MUSICA SACRA
In un piccolo paese come Pieve, non ci sono molte cose da fare la sera... Tre o quattro bar, l'oratorio, la palestra delle scuole due volte la settimana per fare un po' di ginnastica. Fu all'oratorio che conobbi Ezio, un bravo ragazzo che mi aiutò ad inseririmi nel paese portandomi al coro che si riuniva in una sala comunale. Dirigeva il coro una donna: Rosalia Dell'Acqua, una professoressa di musica molto brava che sarebbe poi diventata docente di canto corale al Conservatorio di Parma. Io andai più che altro per curiosità e per conoscere qualcuno, dato che la mia musica era il blues e il rock & roll e mi sentivo come un leone costretto a belare invece che ruggire contenedo la mia voce in quelle nenie. Rosalia mi sembrava una suora, ma una di quelle madri superiore temibili, che quando le cose non andavano per il verso giusto era capace di offendere a morte quei trenta poveracci che dopo un giorno di lavoro avevano il coraggio di tentare di cantare inni al Signore tra le terribili imprecazioni di chi li guidava. Debbo dire però che più passava il tempo e più quelle melodie entravano in me, fino a cambiare in modo determinante la musica che usciva dalle mie dita sul pianoforte. Fu così che iniziai a cantare melodie che assumevano toni sempre più vicini alla musica sacra, o che limavo altre musiche già create scoprendo che acquistavano fascino indiscutibilmente maggiore all' interno della nuova dimensione.Con questo coro cantai quasi per due anni. Poi, un po' per il fatto che avevo spesso problemi a recarmi a cantare perchè le mie vetture erano costantemente dal meccanico, un po' perchè scoprii di essere malvisto da alcuni componenti del coro, me ne andai. Ormai però quella musica mi era entrata dentro e decisi di affrontare composizioni polifoniche e lo Stabat Mater di cui ho parlato in precedenza per l'estrema facilità con la quale questa musica sgorgava dal mio animo . In seguito ho cantato con il Coro Rosetum di Milano e con il Coro di Travo, ma il Coro Polifonico Padano rimane nei miei ricordi come il primo e come quello che ha segnato un cambiamento decisivo di orizzonte della mia musica. Eravamo spesso chiamati a cantare nei paesi e nelle cittadine vicine in occasione di feste e cerimonie di vario genere e alla fine del concerto non mancavano mai bottiglie di vino e ogni ben di Dio. Una volta andammo in tournée in Germania e tenemmo due concerti, uno a Geislingen e uno a Stoccarda, e ricordo una simpatica serata dopo il concerto di Stoccarda in un centro culturale dove alcuni membri del coro si esibirono in un repertorio più o meno improvvisato, per niente sacro e a me toccò suonare un ruggente boogie woogie su di uno stupendo pianoforte a coda che troneggiava sul palco in fondo alla sala. Tornando poi a casa, durante il viaggio di ritorno, a Ulm successe un fatto che mi rattristò molto. Dopo aver visitato la stupenda cattedrale, alcuni del coro ci recammo a far visita ad una pasticceria che ci aveva attirato con le sue vetrine piene di dolci colorati. Ci sedemmo e prendemmo un caffè e qualche pasta. Alla fine io mi feci avanti offrendo a tutti, sborsando tra l'altro una cifra considerevole per le mie tasche.
Il commento di uno di coro fu all'incirca: sarà checca ma non è tirchio. Questo evidentemente solo perché Ezio, quello che mi aveva introdotto nel coro, che era un pandolone attaccato alle gonne della mamma e di Don Lorenzo, mi si era affezionato molto, trovando una persona disposta a concedergli un amicizia sincera . Lì scrissi la poesia Cafè Troglen , per la rabbia di vedere come la generosità e il buon cuore possa venir disprezzato fino ad arrivare a certe deviazioni: deviazioni evidentemente presenti in chi le ha fatte e subito raccolte da un altro degno compare che ho subito zittito minacciando di svergognarlo davanti a tutti. Un altro posto ove Ezio mi aveva introdotto oltre al Coro e all'Avis era l'oratorio. L'oratorio di Pieve era a fianco della bella chiesa barocca ed aveva un locale bar affacciato su di un campetto di calcio. Sopra il bar c'erano delle aule ove si svolgevano le lezioni di dottrina e a fianco del campetto di calcio c'era un campo di pallavolo. Insomma il classico oratorio di paese. Per me che venivo da una città come Milano dove un tempo non esisteva una vita sociale come questa, aveva un indiscutibile fascino. Tutti mi chiamavano "profesur "e ricordo delle belle serate estive passate in lieta compagnia, dato che l'oratorio nel paese resta centro di aggregazione anche dei grandi oltre che dei piccoli e per uno come me che arrivava da fuori, senza conoscenze, era indubbiamente un punto di attrazione. Il parroco, Don Lorenzo era piuttosto vecchio e malandato e mi chiamava vicino a sè la sera chiedendomi notizie della mia giornata. Il suo commento finale era regolarmente un "e alura "che aveva un significato irrevocabile. Sta di fatto che frequentando l'ambiente presi a partecipare alla messa della domenica e fui invitato a partecipare alle riunioni serali all'oratorio. Ricordo che un'estate mi chiesero di partecipare ad un Grest, cosa che feci volentieri, documentando con la mia telecamera le attività svolte durante la giornata. All'interno di questa attività, assieme ai ragazzi scrissi questa preghiera che mi piace qui riportare in tempi di intolleranza e di razzismo dilagante.

PREGHIERA PER L'EUROPA

Oh Signore che dall'alto dei cieli
vegli sui popoli e sulle nazioni,
fa' che i popoli dell' Europa
siano sempre uniti tra loro
e che nessuna guerra
mai più li divida. Fa' che
vivano in armonia fra di loro
senza differenze di nazionalità
e di razza, fa che essi vivano in
pace con i popoli degli altri continenti
e che accolgano con amore gli immigrati
così come costoro rispettino e amino chi
li accoglie. Per questo Ti preghiamo, Signore,
sicuri che questa è la Tua Volontà. Così sia

Intanto mi arrivarono una serie di richieste per ripetizioni di italiano e latino a ragazzi del paese da parte di famiglie che mi avevano consciuto all'oratorio. Ricordo come piacevole il periodo della mia assenza forzata da scuola, infatti mi ero creato una piccola scuola personale, un gruppo di amici e la mattina avevo il tempo di suonare e di lavorare nell'orto. Il pomeriggio lo dedicavo alle ripetizioni e alle visite al maresciallo De Giorgi e ad altri amici pievesi. Tra gli amici più cari non posso non ricordare la Luigina Lanza, una persona squisita sempre pronta ad aiutare gli altri che la mattina del mio compleanno mi fece trovare un pacchetto appeso all’uscio con dentro dolci e una bottiglia di vino e Don Pietro, un sacerdote come pochi che aveva due occhi nei quali si poteva leggere la sua pace interiore ma anche un bel bastone appoggiato all’ingresso dell’oratorio pronto per gli ospiti indesiderati. Ricordo che quando mi presentai la prima volta da lui mi accolse con vero amore e mi trovai ad arrivare a casa con in regalo una bella giacca di pelle nera. Tutte le mattine Don Pietro faceva in bicicletta la strada che dai Casoni porta al paese e lì aveva una parola buona per tutti. Anch’io facevo lunghe corse con una  vecchia bicicletta sgangherata che mi ero portato dal Veneto. Un giorno vidi appesi dei manifesti per tutto il paese che propagandavano una corsa in bicicletta non competitiva per le strade e gli argini del paese. Io mi iscrissi e mi recai tranquillo alla partenza pensando fosse una specie di passeggiata domenicale per famigliole. Mi trovai davanti un plotone di ciclisti armati di biciclette spaziali, caschetti, tute leggerissime e ogni ben di dio. Insomma ero l'unico in braghette con un vecchio rottame arrugginito che faceva rumore di ferraglia. Decisi di partecipare lo stesso e per tre o quattro giri del tracciato riuscii a restare con gli altri, finchè mi si ruppe un pedale della bici e posi fine alla gara! In questo periodo non ci furono soltanto gioie e soddisfazioni, il mio vicino di casa continuava nela serie infinita di dispetti con l'intento chiaro di fiaccare la mia resistenza morale ed economica. Andai più volte dai carabinieri, informai il sindaco ma non ci fu nulla da fare. Lui è ancora là, ed io? Io sono qui a Jesolo che scrivo. Quanto tempo è passato, quanta acqua sotto i ponti, certo il mio disprezzo nei suoi confronti è immutato, ma quella riflessione che feci all'inizio, vi ricordate? Bene quella riflessione sulla funzione positiva degli elementi negativi nella nostra storia personale ritorna. Se non ci fosse stato quel tipo io sarei ancora là. Invece la mia vita ha preso una strada diversa e si è arricchita di nuove conoscenze, di persone e di ambienti e luoghi fisici. Basterebbe pensare agli amici nuovi che ho trovato in ogni luogo in cui mi sono trasferito, o al rapporto che ho avuto con i gatti a Freddezza e a quello con le lucciole di cui vi ho parlato, ricordando le estati a Termine Grosso. E le grosse lumache attaccate ai tronchi che tenevo accatastati dietro casa e la fatica per staccarle e per evitar loro di finire arrosto! Tutte queste cose sono dentro di me e anche se non avrò più l'occasione di vivere in un bosco, la sua poesia e il suo humus faranno parte per sempre della mia identità.

SANSONE E I FILISTEI
In Parrocchia era cambiato da poco il coadiutore del parroco, ed era arrivato un giovane di belle speranze. La sera della presentazione mi si avvicinò, mi strinse la mano e mi disse che gli avevano parlato molto di me e che era felice di conoscermi. Dopo poco iniziò la dottrina e qualcuno fece il mio nome per entrare a far parte dei catechisti. Mi misero assieme a Don Marco e praticamente il mio ruolo era di segnare i presenti all'appello perchè per il resto l'incontro era guidato interamente da lui. Una volta Don Marco si era assentato perr una gita e mi aveva pregato di sostituirlo: mi recai per l'incontro e non trovai nessuno. Un bambino mi disse che Don Marco aveva detto loro di non andare. Peccato che a me avesse detto esattamente il contrario. Il parroco era chiuso nella stanza dell'orologio e aspettava di sentire i miei accidenti che ci furono eccome. Ma come dicono a Venezia il peggio non è mai morto e così... Un mattino a scuola a Mede Lomellina avevo un'ora buca e mi misi a leggere la Bibbia, in particolare l'episodio di Sansone e i Filistei. Lo lessi con attenzione e mi piacque molto, tanto che durante l'ora di lezione successiva lo illustrai alla classe in modo brillante, riuscendo a catturare l’attenzione degli alunni. Mi colpì quella visione di un Dio che mette al mondo uno sterminatore, il quale muore nell'esercizio delle sue prerogative e nella sua morte trascina con sè i nemici del suo popolo e quindi del suo dio. Lo paragonai alla figura di Gesù, venuto a portare un discorso completamente agli antipodi, l'eroe martire che con la sua testimo-nianza di amore converte il nemico nel momento stesso in cui questi lo martirizza fino ad ucciderlo. Così la sera, durante una riunione di giovani al termine di una relazione sonnolenta e vuota di Don Marco decisi di prendere la parola e di illustrare brevemente la storia e la mia interpretazione. La reazione di Don Marco fu: non sei un cristiano. Uno va all'oratorio la sera dopo un giorno di lavoro, non solo ma si legge la Bibbia e cerca di capire e poi parla ai giovani. Ecco il delitto. Guai. Un laico che parla ai giovani. Non sei cristiano. Se sei cristiano ascolta il prete e zitto. Se non sono cristiano perchè sbaglio l'esegesi biblica, ammesso che sbagli, lo sono per la vita e le scelte che faccio risposi. Non sei tu è il Signore a fare il bene che dici di fare. E poi non esiste l'eroismo cristiano. E quando faccio del male risposi, sono io o è il Signore a farlo? Di Caifa ne nascono tutti i giorni e sono seduti di fianco o davanti a noi anche negli oratori. Me ne andai indignato per cotanta imbecillità per non dire peggio e poi scrissi una lettera al Vescovo di Pavia. Nessuna risposta. Così scrissi al Papa. La Santa sede mi rispose: abbiamo ricevuto la sua lettera, forse avevano paura che mi rivolgessi ditrettamente al Padreterno! Così capii che l'atteggiamento del calabrese, del piacentino, di Zorro, di Don Marco, insomma di tutti coloro che mi avevano in un modo o nell'altro fatto capire di detestare la mia presenza, aveva un comune denominatore che chiamerei la sindrome della rondine.
Più sei bravo, più rischi, perchè la tua intelligenza e la tua capacità mettono in luce i limiti del tuo vicino . Questo riguarda ogni campo della nostra vita. Per questo amo molto Gesù Cristo. Perchè è stato fatto uccidere dai sacerdoti per odio verso le sue capacità. Gesù non era un prete e aveva la pretesa di parlare a nome di Dio: a morte.

STORIE DI AUTOMOBILI
Mi rendo conto che il sistema di narrazione che ho adottato può ingenerare confusione in chi cerca di seguirmi in questa incredibile storia. Ne ripercorrerò le tappe più significative attraverso le automobili che ho posseduto man mano e che hanno accompagnato i miei trasferimenti in giro per il mondo. La prima è stata un maggiolino. Tutti dovrebbero iniziare con un maggiolino secondo me, entrare nel mondo dell'auto tramite questa coccinella a quattro ruote. Era blu ed era di mio cugino. Un giorno, tornato da una gita scolastica a Milano, ricordo che non partì e che mi lasciò a piedi due o tre volte di seguito. Un altra volta si aprì una portiera mentre stavo facendo una curva, ma il fatto che decise la sua fine fu la ruggine sul fondo, che faceva temere a tempi brevi un crollo totale. Quando arrivai al cancello del demolitore il motore si fermò e non volle ripartire: dovetti spingerla a mano dentro quello che sarebbe stato il suo ultimo garage. A quel tempo abitavo ancora a Venezia e insegnavo a Noale. La seconda fu una Golf color oro e nera con un teschio sulla cloche del cambio, targata Treviso. La portai a Milano e durante il viaggio continuava a fermarsi perchè la batteria non era fissata al telaio e volava dentro il vano motore. La terza fu la Mercedes azzurrina motivo di odio del calabrese di Pieve. La quarta fu una Mercedes 5OO blu come quelle dei diplomatici che acquistai per pochi soldi e misi a metano. Feci questo per dare una lezione al calabrese che impazzì letteralmente...
Tanto che mi metteva il chewing gum appiccicato ai sedili di velluto oppura me li tagliava col coltello oppura ancora mi segnava ogni notte la carrozzeria o ancora chiodi nelle gomme, finchè riuscì a farmi andare fuori strada, di ritorno da Civenna dove avevo accompagnato mia madre da suo fratello. La cosa curiosa è che l'estate prima avevo scritto un racconto che si intitolava "Nessun incidente sulla statale trentacinque"e che proprio su quella statale arrivato ad una curva molto facile la macchina partì sbandando e finì accartocciata dopo un testa coda in un fosso. Vidi in seguito per televisione automobili a cui veniva fatto esplodere un pneumatico posteriore e l'effetto era quello, identico. Le gomme erano nuove, la velocità suoi settanta, non potevo uscire di strada neanche volendo. La gomma posteriore sinistra era scoppiata... Il bello dell'incidente fu il momento in cui sentii i vetri andare in frantumi, la sensazione dell'acciaio che si contorce ed io che volavo nella vettura e tutto si svolgeva intorno a me come in un sogno infausto. Mi ritrovai sul sedile posteriore tutto ammaccato, ma per fortuna senza gravi lesioni. In un secondo tempo qualcuno fece trovare nel mio giardino un pezzo di rasoio elettrico ed una scatola di cerotti che aveva preso dal bagagliaio della vettura parcheggiata da un demolitore.
Era un messaggio di stampo mafioso: io debbo ringraziare l'ignoto autore del sabotaggio, perchè mi liberò di una vettura che mi costava cifre incredibili ogni volta che si guastava. Difatti, rimasto senza di quella, per un po' stetti senza vettura, finchè trovai una Golf color verde intenso che mi fu completamente sfasciata a Milano vicino alla Stazione Centrale, con il piantone dello sterzo sul pavimento e compagnia bella, vetri rotti eccecc. Il demolitore disse che era stato qualche marocchino per dispetto non essendo riuscito a rubarla. Fu così che comprai la Panda azzurrina a cui dovetti rifare il motore appena giunto a Termine Grosso . Poi venne la Volvo diesel e poi un' altra Volvo a benzina, quella che ho adesso, che per ora non mi crea problemi. Ci furono anche una 127 diesel e una Lancia Prisma diesel di cui però c'è poco da ricordare, tranne qualche gomma bucata o pezzi di carrozzeria staccati dal solito maniaco. Per farvi meglio capire il mio stato d'animo in quel periodo, voglio riportare la denuncia che feci presso il commissariato di polizia della zona Centrale a Milano. Fu quando mi sfasciarono la Golf verde che presi coraggio e già che dovevo fare una denuncia parlai con il commissario, una graziosa signorina molto simpatica che mi consigliò di segnalare con un esposto tutti i danneggiamenti che avevo subito. Cosa che feci . Eccola qui.
Al Questore XYZ presso la Questura Centrale di Milano
Al Comando dei Carabinieri di Chignolo Po
Il sottoscritto Giorgio Lanzani presenta esposto sui seguenti fatti.
Il giorno 16/08/93 ho trovato la mia vettura, una vecchia Golf targata PV ZX2 con un vetro rotto e il piantone dello sterzo sradicato, tant'è che ho dovuto demolirla. All'interno non è stato rubato nulla: si trattava di una vettura del '75 ed era parcheggiata in via A. Doria . A Milano tale fatto potrebbe rientrare nella casistica di un normale tentativo di furto, anche se lascia perplessi il fatto che la vettura fosse vecchia di vent'anni, se non fosse l'ultimo di una serie infinita di disavventure che sto affrontando da qualche tempo con gravissimi problemi economici. Tant' è che mi resta il sospetto che dietro questi fatti, che ora elencherò, ci siano una mano, una mente e uno scopo: rovinarmi e, se possibile, eliminarmi fisicamente attraverso un incidente d'auto.
Tutto cominciò con una bicicletta spaccata nel cortile quando risiedevo a Milano presso mia madre. Quando mi trasferii a Pieve acquistai una Mercedes 300 D d'occasione. Questa vettura ebbe tutte le luci bruciate una alla volta nell'arco di pochi giorni, la frizione spaccata di notte, bucato il tubicino che porta il liquido del servosterzo, staccati coprifari e contenitore liquido tergicristallo. Le quattro gomme radiali bucate, tant'è che ho dovuto inserire la camera d'aria. In seguito acquistai una 127 diesel: una sera uscito dalla casa di amici trovai la portiera sinistra sventrata a calci, per due volte bucata la gomma destra anteriore, spaccata la maniglia del finestrino anteriore destro. Presi in seguto una Prisma diesel. Il giorno stesso dell'acquisto andai a Venezia e parcheggiai all'isola del Tronchetto. Quando due giorni dopo andai a riprendere l'auto un individuo aspettava vicino alla vettura e mi chiese se ero un musicista visto che avevo una chitarra con me. Poi se ne andò. La batteria era completamente a terra. Anche in questo caso ho trovato la frizione allentata e un chiodo in una gomma. Acquistai in seguito una Mercedes 500 per avere due vetture dato che lavoravo a circa settanta chilometri da casa e mi trovavo continuamente senza macchina. A questa vettura fu immediatamente forzata la serratura dalla parte del guidatore. Dopo un mese dall'acquisto ho bruciato il motore per mancanza di liquido antigelo, cosa strana dato che era stata allestita da un concessionario Mercedes. Il cambio automatico era senza una goccia d'olio e i freni si ruppero tornando da un convegno Acli all' Alpe Motta. Una volta trovai tutte le luci posteriori staccate e appoggiate nel portabagagli. Nell'agosto dello scorso anno sono uscito di strada a 70 all'ora quasi in rettilineo, con le gomme nuove. La vettura ha preso a sbandare a destra, io ho cercato di tenerla in strada controsterzando, ho fatto un testa coda e mi sono fermato in un fosso rischiando di morire nel caso in cui la vettura avesse preso fuoco. A fine settembre scorso acquistai la Golf di cui ho parlato all'inizio. Anche qui due chiodi da tappezziere nelle due gomme anteriori, trovati mentre mi recavo in autostrada a Venezia e da me mostrati ai Carabinieri di Chignolo Po. Nel dicembre dello scorso anno mentre mi recavo alla cena annuale del Circolo culturale Cisalpino una Fiat Uno mi è passata accanto velocissima. Io ero a piedi. Una moto mi ha sbarrato il passaggio. Sono sceso dal marciapiede e a questo punto la Uno ha fatto una retromarcia velocissima fino quasi ad investirmi per poi ripartire a velocità folle. Il mattino seguente uscito di casa presto per recarmi al lavoro c'era un auto con due individui col motore acceso che dopo avermi fissato con insistenza sono poi ripartiti sgommando. -Mi sovviene ora di un altro fatto che mi occorse ad un pranzo del Circolo Cisalpino: all'uscita dalla villa dove sui teneva l'incontro trovai la vettura con la frizione rotta . Tralascio alcuni punti strettamente personali con nomi e cognomi delle persone che sospetto possano essere implicate in questi fatti e passo alla conclusione dell'e-sposto. -
Quello che ho subito è la dimostrazione di un interesse subdolo e fa pensare ad un tentativo continuo di intimidazione nei miei confronti, unito all'intendimento di rovinarmi e costringermi alla fame. Quando ho iniziato la parte del racconto che parla della mia vita a Pieve Porto morone ho accennato al fatto che giunsi laggiù su richiesta della mia famiglia dato che per amore mi ero messo in una brutta sitazione nella casa dove abitavo presso mia madre. Cercherò ora in modo sintetico di raccontarvi quello che successe quella volta....

NESSUN INCIDENTE SULLA STATALE TRENTACINQUE
-Potevi telefonarmi, mio marito e mia figlia sono via. Ora sto partendo per il lago di Garda, partecipo ad un corso di windsurf. La luce spia dell'ascensore della casa di mia madre è accesa al numero sette, il mio cuore batte forte: 654321 T: è lei.
-Ciao, come va? Mi hai chiamato? Sono stata fuori per impegni in questi giorni... -. Lei è Jenny. Jenny ha dodici anni e torna a casa da scuola. I suoi libri sono tenuti da una semplice cinghia, i suoi capelli sono biondi, gli occhi color acqua marina. E' una piccola imperatrice. Jenny ha quarant'anni, la sua bellezza è sfiorita, il suo fascino intatto. Nel suo garage prima una Flaminia argento, poi una Beta blu, ora una Thema bianca. Nel nostro garage una Appia grigia, una Jaguar verde, poi le macchine di Jenny: una Colt nocciola, una Uno turbo subito rubata, una Uno grigia... Trent' anni di vita. Jenny apre la porta dell'ascensore, saliamo assieme senza parole nè sguardi, le nostre gote sono rosse: abbiamo dodici anni. Ora abbiamo quarant'anni, Jenny mi guarda con sicurezza. -Potevi telefonarmi, mio marito e mia figlia sono via. -Ti avrei chiamato stasera per chiederti una traduzione in spagnolo delle mie poesie. -Mi dispiace, ora sto partendo per il lago di Garda... Ciao, arrivederci, torno tra tre giorni.-Le sue borse sono appoggiate sui sedili posteriori della Colt, le luci di posizione rosse si allontanano veloci nella sera: qualcosa brucia la mia anima, accende i miei nervi, cancella le mie difese. E' la torre, cadere a precipizio nel vuoto, un amore impossibile. Jenny ha un marito e una figlia. Io avevo una moglie, una volta. Ora sono libero, lei no... La ruota della fortuna: da che parte girerà? -Pronto? Ciao, sono Giorgio, come va? Hai imparato ad andare sul windsurf? Senti ti devo parlare... Vorrei venire giù a Milano, ma c' è lo sciopero dei treni. -Beh, io parto tra due giorni. Prendo la nave per Minorca e poi... io sono fatalista... vuol dire che non era destino. -Sai che mi emozioni quando ti vedo? -Davvero? -Sì, come una volta, quando ero piccolo. -Non me l'avevi mai detto, comunque ora devo partire. Vedrai che ti passerà, ci sentiamo quando ritorno... Ciao arrivederci. Mi trema il cuore, le telefono o no? Vediamo cosa mi dicono i King: il possesso grande. Mah, scrivo una poesia.Non c'è male: questa storia mi fa star male, ma almeno mi ispira qualcosa di buono.

NEL SILENZIO DELLE SERE D'ESTATE

Se camminerò sulle nuvole,
qualcuno pregherà per me?
Se accenderò
fuochi proibiti,
qualcuno veglierà sulla mia sorte?
Se mi immergerò nel caos per riuscirne integro,
le linee di forza della vita
seguiranno il mio intento?
Se lascerò ancora una volta
che il mio cuore soffra per amore,
ci sarà qualcuno che lo spaccherà,
ci sarà qualcuno che mi farà martire
ancora una volta?
Nella vita le risposte
contano assai più delle domande...
Ma le risposte che la vita ci dà
dipendono da quello che ognuno di noi
chiede, nel silenzio delle sere d'estate.

Scrivo un'altra poesia, adesso le telefono e gliela leggo.

POSSO TELEFONARTI?

Posso telefonarti
e dirti che ti amo
dopo tanti anni
dopo tante attese
davanti ad un ascensore
e tanti silenzi imbarazzati.
Posso aspettarti ancora una volta
e provare l'emozione
che mi dà il tuo essere
dopo tanto tempo come allora...
Posso rompere il muro
che ci separa e che forse
non cadrà mai...
Solo per un attimo,
potremo arrivare all'unione?

Chissà se faccio bene, cosa dicono i King? L'avvenenza con mutamento in alto, no non voglio presentarmi come un artista: non lo sono, o per meglio dire lo sono anche ... -Pronto? Ciao sono Giorgio -e adesso vivo quello che sento, come sempre. Jenny vive a Milano, io a Venezia. Jenny vive a Milano, io anche. Jenny vive ad Amsterdam io a Milano; Jenny vive ad Amsterdam, io a Venezia, Jenny torna a Milano, io torno a Milano. Jenny ha un marito io ho una moglie, Jenny non ha più marito, io non ho più moglie, Jenny ha una figlia. Jenny vive al settimo piano, io al terzo, Jenny cammina con un sacchetto della spesa in mano. La incontro. -Ci incontriamo spesso eh? Il metro passa veloce. Loreto, Lima, Porta Venezia, è lei, sale; io scendo a Duomo, lei pure. -Ciao come va? Cosa fai qui? Sto andando alla EMI, mi debbono restituire delle registrazioni. Se vuoi stasera vengo a farle sentire a te e a tua figlia. -OK ciao e buona fortuna. Valentina ascolta le canzoni, mi guarda e mi studia: alla fine scoppia in una risata fragorosa, incontenibile. Jenny la sgrida: non capisce che è uno sfogo emotivo. -Pronto? Ciao, sono Giorgio, come stai? -Bene grazie. -Volevo chiederti se possiamo vederci settimana prossima.
Sarò a Milano mercoledì. -Va bene, però telefonami quando arrivi perchè c'è mio marito e devo andare via con lui un giorno. -Se c'è tuo marito è meglio che non ci vediamo. -Guarda che lui non è mica un bruto! -Non è per questo; conosco queste situazioni e so che non portano nulla di buono-. Passa una settimana e sto male. Non capisco perchè sento questo amore così profondo, se non è lecito sentirlo. La chiamo. E' tornata in Olanda dal marito, improvvisamente. Vuol dire che la mia telefonata ha avuto effetto, visto che era appena tornata dalle ferie trascorse laggiù con lui. La chiamo di nuovo, la sento distante, cerco di forzare la situazione ed ottengo il risultato opposto: -Mi dispiace, ma tu mi costringi a fare così... Le butto giù il telefono. La richiamo, le dico che ho sbagliato, lei mi dice di no. -No non hai sbagliato, tu hai ragione, solo che dovrà passare molto tempo prima che noi due ci rivediamo. Un giorno dalla finestra di casa la vedo assieme ad un giovanotto. Lui non è suo marito, porta un paio di sci verso l'ascensore di servizio. Inizio a metterle dei biglietti nella cassetta delle lettere, la mia battaglia inizia così, con delle poesie d'amore e degli acquerelli. La sua macchina è nel garage; il garage è vuoto; c'è la sua bicicletta o è quella di Valentina; le tapparelle sono giù, la finestra è aperta, la luce è accesa. Sento un rumore, guardo, è lei che arriva, scende dall'auto, chiude il portone del garage. E' troppo tardi per una donna sola, per una madre, per una sposa: troppo tardi Jenny.

SOSPIRO

Sospiro di notti rubate
cuore di donna, viso di fanciulla
un alito di vento scuote i tuoi capelli
una scintilla di luce nei tuoi occhi
profumo di rose sul tuo cuscino
non ti lascerò dormire sola stanotte
non ti lascerò dormire mai più sola.

La Colt non c'è più. Nel garage c'è la Uno turbo IE rossa, ora c'è una Uno turbo IE grigia, stanotte c'è una Delta rossa. Io scendo e chiudo la saracinesca. Poi ci ripenso e la rialzo: ricade. E' un segno del destino... Chissà che faccia farà domattina lui. Sono le tre e trenta del mattino e io non posso dormire, con la macchina del suo amante nel mio garage.
Jenny torna dalle vacanze con il padre e il marito. Veramente il padre sembra lui il marito, quell'altro esiste solo nelle coordinate geografiche, non ha una dimensione spazio temporale reale, è nientificato dal suo tradimento. Non tradite mai un' imperatrice, non ve lo perdonerà mai. -Pronto Jenny? Ciao sono Giorgio. -Ciao come va? -Bene, scusa per la telefonata di luglio e per quella che ti ho detto. Ti ho visto arrivare con tuo marito e ho capito. Pensavo che foste come separati, visto che vivete divisi. No, la mia famiglia è così... Così stiamo bene, ci vediamo solo durante le vacanze. Sai io sognavo una grande famiglia, con tanti bambini e invece è andata così. Comunque non c'è nulla di male in quello che hai detto. Sai, ho scritto una canzone per te: te la posso portare? -Va bene telefonami e ci vediamo. -Pronto? Sono Giorgio. -OK sali. E' una mattina piena di sole, dopo aver parlato con lei sono in uno stato di beatitudine mai provato prima d'ora. Il sole ora è dentro di me; visito una mostra d'arte e penso a lei: -Ho scritto questa canzone per amore... Lei è rossa in viso, le sue guance scottano. Ho deciso, tornerò a Milano. Chiedo il trasferimento: Sm Croce via Venezia Cesate, Sm Leonardo da Vinci via Trieste, Limbiate. Arrivo a casa, è luglio. Nel garage di mia madre una moto: scendo le scale, l'ascensore è occupato. Lo incontro: giacca, cravatta a strisce, vestito blù, Honda 750 targata Salerno. la moto ora è davanti a casa, lui armeggia, lei scende e va a parlargli: ha i capelli chiari con sfumature color oro, guarda in alto, mi vede sul balcone e sorride sorniona. Il marito è ad Amsterdam, la figlia è via: quella moto se ne deve andare dal mio garage. La incontro, è novembre. -Ciao Jenny, posso dirti una cosa? -Cosa vuoi? -Per quanto tempo ancora dovrò vedere la moto del tuo amante nel mio garage? -Non ti riguarda, se tua madre lo crede opportuno, mi dia lo sfratto. Tu non hai nessun diritto, non c'entri. Lo so, la accompagno. -Non pensavo che saresti caduta così in basso. Jenny non parla, sta andando da lui. -Ciao, sono Giorgio. -Cosa vuoi? Non ti sono ancora caduta dal pelo? Mi vuoi vuoi lasciare in pace? E smettila di mettermi bigliettini nella casella della posta. Cosa succede se li trova mia figlia? Volevo sapere come stai, ti vedo sempre sola... -Non sono sola se vuoi saperlo e poi tu non c'entri: io posso avere un marito, un amante, otto amanti. Non ti riguarda, capitoooo? -Va bene, ma ricordati che il mio amore per te come è iniziato così può finire. Mi è già successo una volta. -Ah sì e quando? -Con la mia ex moglie. -Comunque smettila, che ne è della mia figura di donna, di madre, di sposa se mia figlia trova i tuoi biglietti? Dopo tre giorni ritorna dalle vacanze e la chiamo. -Pronto? Ciao, sono Giorgio, sto male, ho bisogno di vederti. Va bene, ma stasera non posso, esco con amici, facciamo domani. -Domani? -Sì, ti chiamo io quando torno dall'ospedale. -Ciao sono Jenny, vieni pure. Salgo. Lei si siede a un chilometro di distanza, io mi avvicino, le parlo e mi viene da piangere. Le sue gonne sono molto corte.-Ti darei un bacio-. -Provaci. -Non mi permetterei mai... posso vederti? -No. -Telefonarti? -No.-Scriverti? -No. -Mi sembra di essere un sindacalista. -Ho un amico che fa il sindacalista, lui ti potrebbe insegnare come si fa con me... Io non sono un sindacalista, Jenny, non lo sarò mai, né in politica nè in amore. Le regalo una foto e un disegno, dietro al disegno c'è scritta una poesia.

ATTRAVERSO SPAZI TRASPARENTI

Ti proietterò attraverso spazi trasparenti.
Avvolta in miriadi di luci
ti scaglierò nel cielo.
Di te si accenderà l'Universo,
ogni stella brillerà
al tuo passaggio.
Mentre tu avanzerai,
simile a una dea,
spazi infiniti
piangeranno lacrime di luce,
sapendoti mortale.
Ciao, arrivederci, mi dispiace. Quanto male, quanto male dentro.

SOLO PERCHE' TI AMO

Solo perchè ti amo
ho permesso alle tue parole
di colpire a fondo nel mio cuore.
Solo perchè ti amo
ho permesso ai tuoi sensi di colpa
di allargare le mie ferite d'amore.
Solo per amore ho lasciato
che tu mi veda indifeso, inerme
piangente relitto in balia del dolore.
Solo per amore ho accettato
tutto questo da te. E aspetto
giorni felici...

VAGAVA PER I FLUTTI

Vagava per i flutti.
Terribilmente sola
raccoglieva i resti delle abitudini malate...
Il tempo non avrebbe
avuto pietà di lei.

Incontro il padre di Jenny all'ascensore. Abita sopra la figlia. -Prego avvocato, dopo di lei. -Perchè? Perchè sono vecchio? No, non per quello, perchè lei vive nel piano nobile del castello. -Vuoi dire che vivo vicino al cielo? Ho sempre amato la sua voce chiara e squillante, i suoi modi di fare nobili e cortesi. Lei è vicino al cielo lassù, ma nel piano sotto al suo c'è l'inferno. -Abbiamo anche l'auto di servizio -fa il padre al napoletano. Jenny è davanti con la mamma e una signora sulla Thema bianca, dietro il padre e l'amante sulla Uno IE grigia. Partono. Tornano Jenny e l'amante. Io dall'alto del balcone: Ciao Jenny ti devo parlare. -Smettila il tuo telefono è sotto controllo, i carabinieri sono stati avvisati... -Posso vederti domani in ospedale? -Non ci sono, dimenticati di me.-Lui è al volante della Thema bianca: è il giorno dei morti.
Mi servirebbe un taxi, piove e ho il videoregistratore che mi pesa sotto il braccio. Adesso vado a trovarla, non me ne frega niente di quello che può accadere; arriva un taxi vuoto. -Taxi , all'ospedale XY. -Entro, lei è infermiera. C'è un convegno, la sua stanza è là in fondo al corridoio. Dietro quell'uscio c'è lei: ha dei lividi sul viso, è secca, smagrita, ha paura, fa per uscire, la blocco sulla porta. Tu devi essere esaurito. -Può darsi, comunque dì al tuo amico... Si avvicina un' infermiera. -La signora non desidera essere disturbata. In fon-do al corridoio alcuni operai assistono alla scena con gli attrezzi da lavoro in mano, un'infermiera hostess del convegno mi guarda in modo piuttosto invitante: chi me lo fa fare di stare dietro ad una donna così? Un mazzo di roselline sul bancone della portineria: non le ritira, non mi ama, mi odia. La mia Mercedes azzurra è piena fino all'inverosimile, per fortuna non l'incontro. Piove, la strada per Pieve Porto Morone questa volta è senza ritorno: sono scacciato da casa mia. Milano non mi ama.

RITORNANDO AL PUNTO DI PARTENZA

Tendere l'arco al sole
volo di frecce
scivolare d'aria
linea di spazio
s'innalza e dicende
torna al punto di partenza
verifica la vischiosità dell'essere
tenta e ritenta sindomita
Staccarsi dall'essere
abbandonare la materia
tragedia perpetua
fallimento predeterminato
Il tentare di farlo
fa grande l'uomo.

-Avvocato devo parlarle. -Va bene, trovati giù alle tre. Scendo, lui armeggia intorno all'automobile, ha più di ottant'anni, ma ha il vigore e l'energia di un uomo di cinquanta.
-Cosa vuoi? -Quell'uomo con cui si è messa Jenny non mi piace per niente. Ho il sospetto che sia un camorrista. -Ti sbagli, ha fatto una carriera luminosa nella Confindustria e adesso ha messo su uno studio di consulenza aziendale con il figlio di un mio amico. Questo fatto rafforza i miei sospetti invece di diradarli. Andrò alla Digos, questa è circonvenzione di incapace. Jenny ha paura, è ricattata da quell'uomo. -Fai come credi, ma ti sbagli. Del resto oggi l'adulterio è cosa accettata da tutti: quel giovanotto ha trovato Jenny in un momento difficile e se ne è approfittato. Insomma, è stato più furbo di te.-
Vado alla Questura Centrale di Milano, sono ricevuto alla Digos.Vede dottore, io mi occupo di casi umani, lavoro con bambini handicappati, collaboro con l' Unicef, mi occupo insomma delle persone che soffrono. In questo caso c'è una donna che è finita nelle mani di un profittatore senza scrupoli. -Vuole che le parli io? -No guardi, non servirebbe, direbbe che io sono pazzo. -Purtroppo in questi casi c'è poco da fare, veda ad esempio il caso Verdiglione... Del resto il reato di circonvenzione d'incapace sta per essere abolito dal Codice Penale. Quando finirà questo calvario?

UNA LUCE

Una luce
emana
dal tuo essere
di puro spirito,
diafana e bianca
stella del mattino.
Chi la vede ne è beato;
io l'ho veduta e ho creduto
di vedere il mio faro,
la luce che mi avrebbe fatto strada
nell'aspro sentiero del mattino.
Troppo presto la beatitudine
s'è trasformata in dolorosa
mancanza di te.
Non potrò più dimenticare
i momenti passati a te accanto...
Non riuscirò mai più a chiudere occhio,
la sera, senza pensarti e senza
accarezzarti i capelli
col dorso della mano,
di baci sfiorando il tuo viso,
lievemente dicendoti: ti amo.

Sai Jenny tu mi piaci. -Mi spiace per te, io sono molto egoista, non prendo mai una decisione, lascio che le situazioni si sovrappongano. Ecco l'imperatrice: crede di poter avere tutto, un marito, un amante, otto amanti... Per noi mortali il tutto è fratello del nulla. Puoi avere tutti gli uomini che vuoi, Jenny, ma non l'amore. -Tu parli come un uomo dell'ottocento. Non esiste quell'amore di cui parli tu. Gli amori iniziano e finiscono. Sii sincera Jenny: sei mai diventata rossa guardando lui? -Smettila di telefonarmi, ho un mucchio di problemi con mio marito e con i miei amanti, guarda che chiamo la polizia. Ciao, grazie arrivederci.-Perchè la amo, cosa mi piace di lei? Forse questo suo senso di onnipotenza, sinistro presagio di sciagura per noi comuni mortali. -Pronto? Ciao, sono Giorgio. Ho visto la moto giù, guarda che mi perdi. -Non rompermi le palle.-Appende.-Pronto? Ciao, sono sempre io. Scusami, ho sbagliato, dovrei essere capace di rispettare le tue scelte, ma sto male. -Vaffanculo.-Appende. Sento il rumore della motocicletta che si allontana. -Devi essere molto forte -, mi aveva detto. -Bene, è quello che cerco -, ho risposto. Essere un uomo vero, essere forte è lo scopo della mia vita, ma essere forte vuol dire lasciare che la donna che ami si lasci sbattere da un altro? Vuol dire non dormire la notte e vedere la moto di quell'altro nel tuo garage? Sono le tre del mattino e io sono sveglio; adesso le telefono. -Ciao sono io. -Ma che ore sono? -Le tre. non riesco a dormire, non posso fare come tu mi chiedi. -Tu devi essere matto a telefonarmi a quest'ora. Non rompermi le palle. Appende. Adesso la richiamo, nessuno si può permettere di trattarmi in questo modo. I King mi dicono: il morso che spezza per arrivare all'unione, liberarsi interiormente e agire. Sarò forte, salgo le scale, suono, sono le tre e cinque. Sulla targhetta della porta c'è ancora il nome del marito. Riin. -Chi è? -Sono io. -Cosa vuoi? -Devo parlarti. -Non è possibile. -Avanti, muoviti. -Non è assolutamente il caso. -OK per me, da questo momento, tra noi è tutto finito. -OK ciao, buonanotte.-Non si suona il campanello di casa di una signora alle tre del mattino. Già, ma come faccio a dormire con la moto del napoletano nel garage? Oggi incominciano le vacanze di Pasqua. In cortile c'è la Uno turbo grigia, lui sta armeggiando attorno ad una grossa scatola di legno, riempie la macchina di roba. Ecco che arriva lei, i soliti pantaloni scozzesi e golfino verde. Gli porge un fazzolettino di carta, lui si pulisce le mani. Partono. Io aspetto una telefonata, non posso scendere, e se anche scendessi, cosa potrei fare? Cammino per le strade di Milano, il grigio dell'asfalto è in sintonia con il mio stato d'animo. Guardo le auto, entro in un bar, in un negozio di elettodomestici. Devo essere forte, compongo una canzone al pianoforte. Seguirò le strade del Signore, canterò le lodi del Signore, scrivo una canzone: questa è la mia scelta ! Questo non vuol dire che mi arrendo, però: come avrà fatto S.Giorgio a sconfiggere il drago senza fargli del male? Devo nientificare me stesso? Nientificare, annullare il mio amore significa per me autodistruzione, morte. Quanto tempo ancora durerà questo supplizio? A cosa serve il dolore? Perchè si soffre inutilmente? Forse tutto ciò non è inutile, forse Dio mi sta mettendo alla prova e riserva per me felicità e pace dopo un periodo di scombussolamento totale. Mia madre mi guarda e non parla, ha paura. La sera, pensando a Cesare Pavese, al "Mestiere di vivere ", alla sofferenza che porta al suicidio, scrivo questa poesia.

SULL'ORLO DEL DOLORE

Non seguirò Cesare
il tuo cammino di morte
non scenderanno i miei passi
lungo il letto fangoso
le torbide acque dell'Averno.
Duro è il mestiere di vivere
ma non seguirò
il tuo cammino di morte.
Una luce divina
illumina la strada
del viandante.
Io la seguirò,
come sempre
pronto alla sorte,
ma non seguirò
il tuo cammino di morte.
Qualcuno o qualche atroce male
potrà spezzare
l'esile filo
che tiene appeso
il mio destino,
ma non sarà mai la mano mia,
Cesare,
a porre fine
a questa atroce vita,
a questo stillicidio di ore,
a queste lunghe notti insonni,
piene di dolore.
Non seguirò
il tuo cammino di morte...
Conosco troppo bene
e da lungo tempo ormai
cosa vuol dire vivere
sull'orlo del dolore.

Pronto, ciao sono Giorgio, ho bisogno di parlarti. E' mattino, sto andando al lavoro, arrivo al metro, le telefono. La sua bicicletta è attaccata alla cancellata bianca, avrà dormito da lei?
Le telefono, non ho niente da perdere. -Smettila, guarda che il tuo telefono è sotto controllo. -Ma ti rendi conto di quello che può succedere? Io non posso più vivere in questa situazione. Ho bisogno di vederti, di parlarti. -Benissimo, oggi alle quattro andrò alla polizia. -Sarà troppo tardi. -Pronto ciao, sono Giorgio. Guarda che la mia pazienza non è illimitata. -Neanche la mia. Appende, il mio telefono fa un mucchio di rumori, è davvero sotto controllo. Quando S.Giorgio ha ucciso il drago, il drago gli aveva fatto mettere il telefono sotto controllo? Cammino per Milano, è domenica. In un cinema parrocchiale proiettano "L'ultimo sigillo": entro, sono il cavaliere che gioca scacchi con la morte. "Il santo e l'eroe ": così intitolerò l'incontro che terrò alla biblioteca di Cesate e così chiamerò l'ultima raccolta di poesie. Sarà una scatola d'oro: dal tempo del Matto e la luna sono pasati circa dieci anni, dalla scatola nera alla scatola d'oro passando per Strade parallele, scatola bianca e Amore cosmico, scatola d'argento. Il santo e l'eroe sarà l'ultima, non scriverò più poesie, sono diventato forte in questa torre, in questo precipitare, in questo cadere senza fine. Forse diventerò un uomo di potere, questa lotta mi sta irrobustendo; sto cambiando pelle, ossa, sto diventando un altro. -Non sei buono a nulla! Ricordo queste parole come una staffilata nella carne. Come ti permetti? Ti dimostrerò chi sono io: posso essere quello che voglio. La bicicletta del suo amante è lì, nel mio garage. E' la sua risposta alla mia telefonata di ieri. Rispondo alla provocazione. -Ciao, sono Giorgio, devo parlarti. -Dimenticati il mio numero. -Bene tra cinque minuti salgo.. -Pensi di buttare giù la porta? -Non lo so, vedrò poi il da farsi. Mi vesto. Così si sentivano i cavalieri prima dei duelli? Non lo so, so solo che così si diventa uomini. C'è una atmosfera strana, un uomo suona la fisarmonica per strada. Gli lancio una moneta, questa rimbalza sul tetto di un'automobile parcheggiata sotto casa. Salgo, mi apre, c'è lui.-Lei presto se ne andrà da questa casa -. Sono impacciati, goffi, sulla difensiva. -Non ci siamo ancora presentati- mi fa il napoletano. Che schifo, che ipocrisia, che falso, immaginatevi il piacere di conoscerlo... -Lei mi deve rendere conto delle espressioni offensive che ha usato nei miei confronti. -Io guardo la gente in faccia e la giudico e non sono nè falso nè ipocrita. -Lei presto se ne andrà da questa casa.-Le sue telefonate sono tutte registrate.-
-Non mi faccia ridere. -Jenny andiamo alla polizia. -Lascialo perdere, non vedi che è matto? -Jenny mi fa un gestaccio. -Io e te non ci siamo mai rotolati assieme... Si volta verso di lui e continua fissandomi sadica. -Quando dopo di lui ce ne sarà un altro, mi amerai ancora?-Raramente mi è capitato di assistere a situazioni di degrado simile: che schifo, ho lo stomaco rivoltato: ecco il senso del mio intromettermi, del cercare di rimediare una situazione che lasciava trasparire un marciume che ora è lì, fetido, nitido davanti ai miei occhi. Qualcosa si incrina dentro il mio animo, comincio a pensare che non ci sia proprio più nulla da fare. -Io e lei possiamo benissimo convivere nella stessa casa, mi fa lui. Una casa ridotta a cloaca non fa per me: me ne andrò via. Non resta altro da fare, ormai. Poco dopo scendo. Mi accompagna alla porta. -Ciao buona notte. Anzi no non ti voglio proprio salutare.-Ciao Jenny, buona notte, questa volta ho vinto io. E' Natale. Jenny sarà a sciare. -Abbiamo una casa in Svizzera -, mi aveva detto. Io sono a Lucca, in albergo, non ho ancora telefonato a Franco e Donatella. Mi piace essere solo con me stesso, cammino attorno alla città e la guardo dall'alto delle mura. Fotografo le piante, i Cristi e le Madonne e cammino nel tepore invernale della città. Entro in una Chiesa ; su di un tavolo alcuni fogli, una penna e un biglietto con su scritto: -Scrivi la tua preghiera, verrà letta durante la funzione festiva.-Mi siedo e scrivo, escono quattro preghiere.

Perchè il sorgere del sole
e il giungere delle tenebre
trovino il mio cuore
sempre pieno di letizia
ti prego o Signore.

Per i pesci del mare
gli uccelli del cielo
le piante della terra
i bimbi
e le donne
e per gli uomini della terra
e tutto ciò che nel cosmo
vive e si muove
ti ringraziamo
o nostro Creatore

Ti ringrazio
o Dio
di avermi creato,
delle gioie che mi concedi
e delle prove che mi mandi
del dolore che spezza
il mio cuore
e della luce che brilla
nella mia anima,
in attesa del riposo eterno.

Per i ragazzi drogati
per i malati di AIDS
per le donne perdute
per i bimbi violentati
chiediamo a Dio che la luce
della verità e della fede
porti pace nelle loro anime.

Arriva il sacrestano:-Noi si chiude.-Io ho finito e copio il mio lavoro, esco e mi allontano verso le strade e i profumi di Lucca.
Oggi le ho mandato tredici rose rosse. Oggi le ho mandato diciassette rose bianche: qualcuno spacca una bicicletta giù in garage, qualcuno che non ama i fiori. Salgo e urlo con tutta la forza che ho in corpo. Sono forte abbastanza adesso? -Domani verrai chiamato dalla polizia. Invece è mio zio che mi chiama. -Giorgio la mamma è preoccupata, è meglio che te ne vai. Io gli spiego, poi torno a casa di mia madre. -E' meglio che me ne vada, questa storia può finire male. L' automobile è pronta giù nel cortile, piove, mia madre è stravolta, anch'io ho paura. Me ne vado. Non è la prima volta: questa città non mi ama. Il santo e l'eroe. Non mi arrenderò mai. Invece non è così. La morte ha una funzione liberatrice. Anche gli amori muoiono, anche quelli eterni se uno non li alimenta. Il mio amore per Jenny adesso è morto: non resta che un cadaverino piccolo e bruciacchiato. Caduta dal pelo? No, uscita dal mio cuore, dalla mia anima. C'è una bella differenza. Jenny non è felice, non è innamorata, è vittima del solito equivoco che capita alle persone sposate che si ritrovano sole. Si scambia l'attrazione sessuale per amore, ci si rinchiude in un legame ossessivo, distruttivo, senza amici, schiavi uno dell'altro. Un' imperatrice schiava: per quanto tempo? -Pronto sono io. Se non lo lasci ti cancello dalla faccia della terra.-Ho esagerato? Sì, ma con ragione. Ora è tutto finito, vi inviterò ai funerali del mio amore: non fiori ma opere di bene. Ora nel garage di mia madre c'è la macchina di mio fratello, la uno ie grigia è stata sfrattata, non c'è più. Terra bruciata, fumo nero, plastica fusa, i nervi si distendono: non tornerò mai più in quella casa. -Cosa vuoi da me? -Vorrei che tu fossi mia moglie.-Non è possibile, non succederà mai. Tutto è contro, ho sbagliato, ho chiesto una cosa che non è possibile. Ora si allontana da me, non la ritroverò mai più. Orfeo ha perso due volte la sua Euridice, io non avrò prove d'appello. La mia musica può arrivare al cielo, ma nessuno lassù è disponibile a riavvicinarla a me. La regina delle tenebre non segue il principe della luce. Non può: il demonio difende bene i suoi possedimenti. Solo perchè ti ho voluto per me sposa dolcissima ti ho perso, per un crudele gioco del destino. I fari antinebbia sono accesi nel primo mattino, le luci di posizione avvisano chi mi segue; la luce della mia autoradio è accesa nella posizione tape, il display ha caratteri color giallo quasi arancione, l'antenna nera fende l'aria come il pennone di una barca. Mi sembra di scivolare sull'acqua più che correre su di una strada. Supero un Tir, due fari di fronte mi avvisano di una morte possibile, ma non ancora programmata. Ci saranno nuovi inverni e lunghe estati per me. -Sai il mio treno arriva alle sette e trenta in stazione, faccio colazione e poi vado verso scuola. -Ah sì così so cosa fai a quell'ora -. Allora ti importa di me se ti interessa sapere cosa faccio alle sette e trenta di mattino! Adesso faccio colazione alle sei e nella nebbia del mattino i camionisti sono i miei unici compagni di strada. Tutto il dolore, tutto il male che subisco si trasforma continuamente,