LA SINDROME DELLA
RONDINE
di GIORGIO LANZANI
INIZIAMO DALLA FINE
Che fatica, che tremenda fatica scrivere di me, di quello che mi è accaduto
negli ultimi anni, negli ultimi mesi, negli ultimi giorni. Non riesco a vincere
il senso di disgusto, di nausea che mi deriva dal contatto con il mondo, un
mondo pieno di gente squallida che vive per ucciderti, che riempie di odio il
suo vuoto, il suo essere niente. Gente che quando trova un essere, cioè uno che
è qualcuno perchè ha qualcosa da dire su questa terra, allora cerca di farlo
fuori o per lo meno di allontanarlo da sè per poter continuare ad esercitare la
sua funzione di produttore di niente, senza che la presenza del pericoloso
rivale turbi la sua esistenza diafana. Questo rifiuto crea in me un blocco che
mi impedisce di scrivere, forse ho paura che qualcuno possa ancora farmi del
male se io, anche solo con le parole, richiamo alla memoria storie che sono ora
sepolte sotto una coltre di vergogna.
Da che parte cominciare? E poi qualcuno davvero può essere interessato alla mia
inverosimile storia? E devo raccontarla per intero o tacere fatti che possano
rimettermi in pericolo? Eppure c'è un inizio, o almeno credo ci sia... Ma
iniziamo dalla fine.
RESIDENZA ADRIATICA JESOLO LIDO
Un ex albergo ristrutturato a mini appartamenti a due passi dal mare; qui abito
io ora, in affitto fino ad aprile. Poi? Poi andrò forse a Roma, forse mi
sposterò a nord ovest verso le belle colline del trevigiano. Come mai sono
finito qui in un residence, in inverno, vicino al mare? Già, cosa ci faccio, è
difficile da spiegare in poche parole. Nel senso che questa situazione è il
risultato di una serie di pazzesche fortune-sfortune che l'hanno determinata e
così sono qui e qui ho cominciato a scrivere la mia storia, la storia della mia
vita. Presuntuoso? Può darsi. In realtà scrivere mi piace, in passato ho
scritto quattro raccolte di poesie che amo molto. Poi sto smaltendo la
delusione per il mio ultimo amore. Come gli altri. Già. Solo che uno ci fa il callo
dopo le prime forti, fortissime delusioni, le notti insonni e compagnia bella.
Uno si abitua e ci dorme sopra. Anzi devo dire che sono quasi contento
ultimamente quando un amore non nasce neanche più da parte dell'altra, così non
può neppure finire e la sofferenza è legata ad un mondo fantastico di felicità
non vissuta che non può essere smentita da fatti concreti. In queste occasioni
scelgo la solitudine dal mondo come rifugio dal male che esso mi provoca e
torno poi ad uscire dal mio isolamento monacale solo quando, dopo un processo
di purificazione interiore e di distacco dal punto dolente, la mia identità di
armonioso cultore dell'essere mi permette di rapportarmi agli altri in modo
gioioso e felice. L'ultima volta che li ho visti mi ricordo che abbiamo parlato
della positività del lato negativo della vita. Ex malo bonum. Dal dolore la
gioia. Le strade della provvidenza. La croce, via che porta alla gloria. Tu sei
forte, mi ha scritto Marta. Già, io sono forte... Marina diceva che io sono una
roccia. Così sono qui anche stavolta, col morale a terra, senza neanche più la
forza di prendere la chitarra e di sparare note rutilanti o accendere un
monitor e muovere veloci le mia dita su di una tastiera che è morta, che non sa
cosa dire, che puzza di bruciato. Giaccio nell'obitorio dell'amore, tra
camposanti e fili spinati di tristezza immersi in una nebbia desolante.
LOCALITA' FREDDEZZA
Ripenso al passato, al passato recente, al paese da cui provengo cacciato come
un cane, paese nel quale ero giunto del resto solo un anno prima costretto ad
andarmene da un altro simile a quello. Si chiama Freddezza, è nel Piacentino,
sui colli che da Mezzano Scotti portano a Bobbio. Sono arrivato nel luglio del
'97 fuggendo da Termine Grosso, altra località della Val Trebbia che sovrasta
Travo e la sua vallata di incomparabile bellezza. Avevo osservato le vetrine di
una agenzia immobiliare di Bobbio che danno sulla Piazza dove si trova il
monastero di S.Colombano ed avevo notato che i prezzi erano invitanti e così
entrato e preso coraggio, avevo spiegato all'agente immobiliare il mio
problema: trovare al più presto una casa ad un prezzo molto contenuto per
fuggire da Travo dove i miei rapporti col vicino si erano deteriorati in modo
preoccupante. Lui mi ha detto subito: "Signor Lanzani forse c'è qualcosa
che fa al caso suo! Si tratta di un vecchio rustico, una strana casa fatta a T
che nessuno compra ed il proprietario, un anziano che risiede a Bobbio è
disposto secondo me a venderla anche per 10 milioni."Io pensai che l'occasione
faceva per me. Dove trovavo più una casa per così poco? Del resto i miei soldi
erano quasi tutti finiti nell'acquisto e nelle spese di ristrutturazione della
casa comprata in precedenza. Andai a vederla dopo due giorni; c'era il sole. Il
vecchio proprietario era lì che mi aspettava e appena mi vide si toccò a lungo
le balle con un gesto propiziatorio di indiscutibile significato. La porta
d'ingresso era chiusa col fil di ferro, dentro c'era tutto da fare, il tetto
era marcio ma c'era un caminetto e lo spazio era sufficiente per me, per un
letto e per la mia tastiera e così arrivammo al dodici luglio, giorno della
trattativa. La casa fu mia per poco più di dieci milioni e il vecchio fu
contento. Non vedevo l'ora di andarmene da Termine Grosso, caricai la macchina
e...via. Arrivai un mattino di pioggia e quando cercai di uscire mi accorsi che
le ruote della mia auto slittavano nel risalire la ripida strada sterrata che
dava accesso alla casa. Questa era una strada comunale molto stretta ed
abbandonata da tanti anni, per cui tutti passavano sulla strada privata che
dava sul fienile di un contadino dirimpettaio. Non riuscendo ad uscire nemmeno
di lì, cominciai a spaccare dei rovinacci e a rovesciarli sulla melma per poter
creare un pò di aderenza . Prima arrivò la moglie del contadino, guardò senza
dire nulla e se ne andò dopo un litigio con i vicini della proprietà a fianco
della mia proprio sulll'uso della strada in questione. Dopo un po' di tempo
arrivò lui smanettando sul suo trattore e mi intimò: "Tolga subito quella
roba dalla mia strada !". "Non ci penso proprio ! ", feci io di
rimando e così cominciò la mia avventura a Freddezza, nella casa dove mi ero
rifugiato per sfuggire alle angherie di un prepotente. Cominciai subito i primi
lavori necessari a rendere meno disagevole la casa che era chiusa dal 1964,
togliendo intonaci marci e ragnatele dai soffitti. In questo piccolo paese c'è
una fontana dove le donne lavano ancora i panni nonostante abbiano lavatrici e
tutto quello che la società moderna comporta. Per me era anche l'unico
rubinetto che desse acqua perchè a casa non c'era e così me ne servivo e andavo
a riempire le taniche per cucinare e lavare i panni. In queste occasioni mi
capitò di conoscere e di fare amicizia con diversi abitanti del piccolo paese.
Per tutta l'estate continuai a spaccare muri e a lavorare sul tetto per rendere
vivibile l'ambiente e poter poi iniziare a suonare. Questo non faceva piacere
al contadino dirimpettaio: era sempre più evidente che non aveva nessun piacere
che qualcuno avesse preso quella casa e aspettava solo il momento di passare
all'azione. Il secondo giorno trovai la porta d'ingresso (si fa per dire)
sfondata a calci da qualcuno... La moglie del contadino continuava a passare
davanti alla mia casa con la scusa di portare ad asciugare i panni nel fienile
e ogni volta portava cappellini colorati di varia foggia che secondo lei
probabilmente erano sinonimo di eleganza. Intanto l'inverno era alle porte e i
gatti cominciavano ad avere fame sul serio.
STORIE DI GATTI
I gatti da queste parti non sono di nessuno in particolare, ma tutti, chi più
chi meno, contribuiscono al loro mantenimento. Durante l'ultima estate erano
nati quattro gattini, figli di una gatta bianca e di un gattone bianco e grigio
buono come il pane. Tre di questi sono spariti, annegati da qualcuno o morti di
fame, incapaci di arrivare a tempo a racimolare qualche briciola nella lotta
per la sopravvivenza. Uno era rimasto in vita e una sera lo trovai che
miagolava disperato fuori dalla mia porta. Lo feci entrare, fatto inusuale per
il posto, e lo nutrii di latte e biscotti, lasciando la porta socchiusa per
permettergli di tornare, se lo voleva. Dopo qualche tempo tornai alla porta:
era lì fuori, appena un centimetro dietro l'uscio che faceva le fusa. Di notte
sentii dei rumori e lo trovai che se l'era fatta addosso sdraiato sopra una mia
t-shirt. La mattina seguente lo trovai che dormiva bel bello infilato dentro un
maglione di cashmire: lo presi e lo lanciai fuori dalla porta seccato. Dopo un
po' mi pentii e tornai a guardare fuori dalla porta. Era circa venti metri
avanti seduto che mi guardava triste. Feci per avvicinarmi, ma scappò via e
soprattutto mi mostrava il suo disprezzo sedendo in modo da mostrarmi le terga.
Dopo un po' facemmo pace, soprattutto perchè aveva fame ed un gatto affamato è
disposto a perdonare qualsiasi cosa o quasi per un piatto di avanzi. Così la
sera andai a cercarlo e lo trovai sullo zerbino di un vicino che faceva la
siesta. Lo presi, lo portai a casa e lo misi dentro il golf, ma lui scappò via
e uscì a razzo. Lo seguii e mi condusse fermandosi ogni tanto a guardare
indietro fino ad un fienile dove, arrivato, salì gatton gattoni su di una scala
di legno che dava accesso al primo piano e si mise a dormire tra i balloni di
fieno. La sera successiva la cosa si ripetè e debbo dire che provai una
infinita tenerezza: mi aspettava perchè lo accompagnassi a nanna come fanno i
bambini piccoli. Forse i suoi genitori l'avevano abbandonato e così mi aveva
adottato come papà gatto. Potrei andare avanti a lungo a parlare dei gatti di
Freddezza e delle loro vicende, ma capisco che questo è importante solo per me
e così lascio perdere per un po' i gatti per tornare alla mia casa e ai miei
vicini. L'inverno si avvicinava e il mio tetto era ancora da finire. Avevo
tolto le beole dal tetto: erano marce e da queste parti nessuno è più capace di
aggiustare un tetto fatto di sassi. Restava da ricoprirlo prima che arrivasse
la neve ! Fu così che pensai di coprirlo con delle onduline, fissandole con
coppi e sassi in attesa di finire per bene il lavoro. Non sapevo che a
Freddezza a volte si alza un vento da far invidia alla bora e così una sera
cominciò a piovere e a fischiare sempre più forte tanto che fui costretto a
salire al buio con la pioggia per cercare di consolidare il mio lavoro
provvisorio. Purtroppo non bastò. Al mattino alcune delle mie onduline facevano
bella mostra sui tetti dei vicini. Un punto a sfavore...
Soprattutto la Carmela, una vedova novantaduenne mia dirimpettaia, a veder
volare via il tetto, aveva preso paura e mi lanciava certe occhiate! La Carmela
mi voleva molto bene, anche troppo e si metteva un mucchio di borotalco ogni
volta che usciva per venire a parlarmi. In compenso mi raccontava delle storie
bellissime dei tempi andati, quando per andare a ballare o alle feste che si
tenevano nei piccoli poderi e nelle frazioni partivano camminando la sera
prima, dormivano per strada nei cascinali presso amici e arrivavano il
pomeriggio del giorno dopo, pronti per i balli e per i festeggiamenti della
sera... O di quella volta che era andata spedire due caciotte di formaggio a
suo marito che combatteva sul fronte russo. A piedi, una caciotta appesa sul
petto e una sulle spalle legate con una corda, arrivò alla posta di Bobbio. Lì
arrivata, trovò un impiegato inflessibile che non accettava denaro di carta,
voleva solo monete d'argento e così un ricco signore che si trovava lì glielele
prestò e lei potè spedire il formaggio. Non sentirò più le storie della
Carmela: purtroppo era parente del contadino e lui era geloso del rapporto di
scambio e di amicizia che ci legava: cicoria e prezzemolo del suo orto in
cambio di castagne e kiwi che recuperavo dal fruttivendolo o dal mio grande
amico De Giorgi di Pieve Porto Morone. Di lui, di Pieve e della mia fuga da
laggiù, mi riservo di parlarvi in seguito. Finito il tetto alla bell'e meglio
ed essendo ormai parecchio freddo sospesi i lavori ed iniziai a suonare. Il mio
pianoforte era rimasto a Travo nella capanna di sassi dove avevo abitato nei
due anni precedenti ed era ormai inservibile a causa dell'acqua che era
penetrata nel suo mobile. Avevo però una tastiera con cui potevo arrangiarmi,
che per comporre era senz'altro meglio, perchè disponeva di tutti i suoni
dell'orchestra campionati. Riguadagnato grazie al fascino della mia musica il
punto perso col disastro del tetto, decisi di presentarmi a Don Francesco,
parroco di Mezzano Scotti, frazione da cui dipende Freddezza. Lo attesi al
termine della messa della sera e gli spiegai la mia situazione. Così la domenica
iniziai a partecipare al coro dei ragazzi e sembrava che tutto filasse per il
meglio. Arrivò Natale ed i bambini impararono la mia Ave Maria . Soprattutto
durante la Messa di Mezzanotte la festa fu molto suggestiva ed i canti
riscaldarono i cuori dei fedeli. Tempo addietro avevo chiesto a Don Francesco
di poter fare un concerto per beneficenza in uno spazio della Parrocchia. Lui
mi aveva risposto che essendo inverno non sarebbe venuto nessuno a sentire e
che queste iniziative era meglio farle d'estate. Io mi ritirai in buon ordine.
Potete immaginarvi il mio stato d'animo quando scoprii che a metà gennaio era
stato organizzato in Chiesa un concerto di quegli strimpellatori flautati che
imperversano nei mercati della zona e cantano canzoni quasi tutte uguali in do
e la minore con piccoli chitarrini ricavati dal guscio di sventurati
animaletti. Non solo non partecipai al concerto, ma non mi feci più vedere in
Chiesa. E' vero che Don Francesco mi aveva proposto di suonare due o tre
canzoni durante la tombola di Natale, ma non mi sembra che questo fosse un
rimedio, anzi ! A Venezia dicono: "Peso el tacon del buso !". Così
alla fontana tornò il gelo di prima: avevo perso in un colpo solo tutti i punti
guadagnati e in più ero anche contro la Chiesa ! Intanto io continuavo a
suonare tutto il giorno e ad arrangiare il mio Stabat Mater per voce e
orchestra d'archi. Inoltre ripresi la mia Ave Maria e la riarrangiai
completamente facendone una versione in latino e lo stesso feci col Pater
Noster che presentava problemi nell'esecuzione dei bassi.
Così passò l'inverno, un inverno freddo e nevoso con la stufa che andava al
massimo e scaldava la stanza da letto che era anche la sala, mentre nel bagno o
per meglio dire quello che un giorno sarebbe dovuto diventare il bagno c'era la
tastiera e lì mi scaldavo con una di quelle stufette elettriche col
ventilatore. I gatti avevano molta fame ed erano circa una decina. Carmela e il
Maestro se ne erano tornati a Piacenza e così a mezzogiorno preparavo pentole
di pastasciutta per sfamare me e loro. Intanto il figlio vigile del contadino
era venuto a propormi di comporre la lite sborsando due milioni per acquisire
il diritto di passaggio sul suo terreno. Io dissi che andava bene, di preparare
un accordo da stipulare. Ma il suo vecchio non fu d'accordo, anzi aumentarono
dispetti ed intimidazioni: tornato da una breve permanenza a Milano da mia
madre trovai la mia ortensia capovolta, ormai rinsecchita a causa della
mancanza di acqua. La mia automobile poi, dovunque la mettessi non andava bene
e trovavo il giorno successivo carretti e trattori per impedirmi di
parcheggiare nel luogo dove l'avevo lasciata il giorno prima. Una volta venne a
trovarmi Sir Antony, un caro amico, un simpatico ex diplomatico irlandese che
vive in una specie di clausura intellettuale in un albergo a Costa Filietto,
poco sopra il pese dove abitavo io. Là studia in una stanzetta che ha
tappezzato con una doppia fila di libri di filosofia ed aspira a scrivere un
saggio che riporti all'unità il sapere oggi frantumato nelle specifiche
dottrine. Bene, quando se ne fu andato, il contadino portò il suo trattore di
fronte al mio uscio e accese il motore.
Per ore andò avanti quel rumore fastidioso. Era un chiaro gesto di scherno il
cui significato tutt'ora ignoro. Ricordandomi delle mie letture infantili di
Paperino trombonista in lite col vicino di casa pensai di ripagarlo con
altrettanta musica, anzi con musica vera. Accesi al massimo il mio stereo e
dopo una serie di lied e di opere attaccai con i Rolling Stones! Arrivò nero e
portò via il trattore mentre con tempismo inaudito gli applausi entusiasti del
pubblico dei Rolling salutavano la sua dipartita. Intanto era arrivata Pasqua
ed io avevo continuato e ormai quasi finito il mio lavoro sulla musica sacra e
mi accingevo a comporre musica per quartetto d'archi ed a riprendere in mano
martello e scalpello per continuare i lavori in casa. Non l'avessi mai fatto!
Una sera, mentre inginocchiato stavo tagliando col seghetto delle cantinelle,
una tavella marcia della camera da letto si ruppe ed io caddi mettendo la mano
a terra bruscamente. Un dito della mano destra si girò lateralmente: io
mantenni sangue freddo e calma, lo presi con l'altra mano, lo tirai e lo rimisi
nel suo alloggiamento naturale. Mi si gonfiò come un pallone aerostatico, ma
poi tornò normale. Da allora non ho più preso in mano un attrezzo di lavoro,
non avevo lasciato la scuola per fare l'invalido ma il compositore e le dita
sono un bene troppo prezioso per un pianista.
Fu il sabato mattina prima della domenica di Pasqua che Don Francesco venne a
cercarmi. Era rimasto senza suonatori e voleva che io andassi a far cantare i
bambini il giorno dopo. Io gli spiegai che era impossibile far le cose così
all'ultimo momento. Mi chiese perchè non mi ero più fatto vedere ed io gli
spiegai il motivo. Disse che ero un presuntuoso, che ero o un genio o un
cretino e un mucchio di stupidaggini che vi risparmio. Io gli feci sentire la
mia musica alla tastiera, dovetti quasi obbligarlo perchè non voleva e comunque
accettai di andare a suonare la sera della vigilia e il mattino di Pasqua a
patto di suonare da solo la mia tastiera. All'ingresso del sacerdote durante la
cerimonia Pasquale dovevo eseguire una musica gioiosa, perchè significava la
Resurrezione. Io mi ero preparato una musica adeguata, ma quando lui entrò al
suono della campanella, dimenticata qualsiasi traccia, ho improvvisato una
musica regale di una forza e di una bellezza incon-suete, tanto che nella
predica Don Francesco ha parlato di musica e magia e non a caso.Il giorno dopo,
per la festa dell'Angelo, mi presentai di buon tempo per accompagnare anche
quella cerimonia. Don Francesco accese l'amplificatore ed un compact disk,
l'unico che aveva e che usava da anni in tutte le occasioni mi sostuì. E' stata
l'ultima volta che ho visto Don Francesco.
Intanto con l'avvicinarsi dell'estate l'intolleranza del contadino nei miei
confronti andava aumentando e mentre prima si limitava a guardarmi di lontano
con fare losco, cominciò a seguirmi mentre camminavo lungo le stradine del
paese o ad uscire di casa ogni volta che passavo davanti alla sua abitazione
per andare alla mia macchina. Finchè un giorno andò a sbattere con un cingolo
del trattore contro uno spigolo della mia casa e quandi io scesi per andare
alla fontana lo trovai lì, fermo in piedi su di un carro che scaricava cassette
di legna. Mi guardava fisso negli occhi con odio feroce e io lo guardai a mia
volta. Mi gridò con rabbia: -E allora?-e scagliò con forza una cassetta sul
rimorchio a una spanna da dove mi trovavo. Io mantenni la calma e gli chiesi
cosa voleva da me. Capii che la situazione era ormai degenerata e che era il
momento di pensare ad una soluzione e l'unica soluzione che mi piacesse era
quella di andarmene. Qualcuno dei lettori penserà che abbandonare la lotta,
sottrarsi ad un confronto soprattutto se si ha ragione sia segno di debolezza.
Non è così. Mi sono trovato spesse volte a ad affrontare situazioni negative
nel corso della mia vita e ho capito guardandomi indietro dopo tempo che il
negativo della situazione era solo apparente e che in realtà è solo ai nostri
occhi tale. Per dirla in breve se uno mi odia e vuole che io vada via, io vado
via e faccio la sua fortuna e la mia perchè quello è l'elemento che il destino
ha messo sulla mia via per mandarmi là dove io devo andare. Se io combatto
contro il destino, perdo perchè è lui il più forte. Certo posso ribellarmi
quanto voglio, ma alla fine sarà sempre lui a vincere. E forse un altro al
posto mio porterà avanti il progetto di vita che io mi rifiuto di seguire. In
questo senso è secondo me da intendere il concetto di amore per il prossimo.
Ama il tuo nemico, ama il tuo prossimo come te stesso; come è possibile quando
dal mio prossimo viene odio e violenza? Ecco forse nel modo che ho appena
detto, non si tratta di amare uno perchè fa del male ed in particolare fa del
male a me, o ad una persona che mi è cara, ma perchè nel suo agire c'è un bene
che io non posso sapere nè giudicare al momento e solo dopo tempo potrò capire.
Il giorno dopo sono tornato da Milano verso sera dopo una giornata difficile
per gravi problemi di famiglia che mi angosciavano ed ho trovato il figlio del
contadino che mi aspettava al varco. Avevo preso a parcheggiare l'automobile a
lato della loro casa su proprietà altrui, e questo li faceva impazzire dalla
rabbia. Quasi mi mise le mani addosso e mi chiese di spostare la macchina. Io
la portai avanti, ancora più vicino alla loro casa e mi ingiunse di spostarla
di nuovo: "Perchè non se ne va da qui, sa che qui nessuno la sopporta più
a causa della sua prepotenza?". Già, prepotente sono io che non posso
neanche parcheggiare la macchina per strada, non lui che mi obbliga a spostarla
dovunque la metta e che addirittura vuole che me ne vada di casa e dal paese!
E' proprio quello che farò: me ne andrò via. Dove non importa: dovunque, ma
lontano dai pitocchi. "Se voglio diventare santo lo decido io e da solo,
non ho bisogno che mi martirizzate!", gli ho urlato con tutta la mia
forza... E invece no, ha ragione lui: è grazie a lui che io raggiungo la mia
nuova méta. Residenza Adriatica, Jesolo Lido.
PICCOLO PODERE TERMINE GROSSO
Non so perchè ho deciso di raccontarvi la mia storia ritornando all'indietro,
come fanno i gamberi. Forse perchè così è più immediata la comprensione della
sua mostruosità. Vi avevo accennato all'inizio del capitolo precedente ad un
prepotente dal quale ero fuggito trovando rifugio a Freddezza. Ebbene dovete
sapere che anche in questa occasione la casa che avevo trovato a Travo località
termine Grosso mi era servita a fuggire da un vicino di casa di Pieve Porto
Morone, piccolo paese sulle sponde del Po, che si trova al confine tra la
Lombardia e l'Emilia Romagna. Quella volta, avendo messo in vendita la casa e
avendo trovato un compratore, finii in un albergo di Caorso in attesa di
trovare una nuova casa. Una mattina ero andato a trovare il mio amico Gandini
al centro culturale di Castel San Giovanni e lì parlando del più e del meno mi
cadde l'occhio sulla pagina della Libertà che reclamizzava le offerte
immobiliari. Dissi a Giuseppe: mi basterebbe un rustico su due livelli con un
piccolo prato davanti, che non costi più di trenta milioni. Presi il giornale e
trovai un annuncio che faceva al caso mio: vendesi rustico su due livelli con
cento metri di verde attorno nelle vicinanze di Travo. Per prima cosa mi
incuriosì parecchio il nome. Mi immaginavo un paese steso ai piedi di un enorme
travo. Poi il fatto che sembrava che quell'annuncio fosse stato fatto apposta
per me. In ogni caso telefonai subito all'agenzia e fissai un appuntamento per
il giorno successivo. Forse qualcuno si chiederà perchè cercavo sempre case da
pochi soldi e fuori città. Ebbene avevo lasciato il mio lavoro di insegnante
per darmi allo studio della composizione musicale e così, rimasto con la
pensione minima, non potevo certo permettermi granchè, inoltre non volevo
disturbare i vicini di casa con il suono del mio pianoforte. Il giorno
successivo, di buon mattino, mi incontrai con l'agente immobiliare che mi portò
da Ponte dell'Olio nella Val Nure (a sud di Piacenza) verso Bettola e poi sulla
montagna che scende a Perino nella Val Trebbia e quindi a Travo. Vidi tre,
quattro rustici prima di arrivare a quello segnalato sul giornale. Capii subito
quando lo vidi che era quello che faceva per me. Una capanna di sasso molto
carina , tutta da rifare e come la vidi me ne innamorai e la vidi bella come se
fosse già stata finita. Purtroppo non l'avrei mai vista così: qualcun altro me
l'avrebbe impedito, ma questo io non potevo saperlo. Feci la mia controfferta e
intanto rimanevo in albergo aspettando la risposta del proprietario, che poco
dopo accettò. Così avevo una nuova casa ! Avevo chiesto di poter avere subito
le chiavi per entrare a fare i lavori e così dopo poco entrai e dormii subito
la prima notte che ebbi la possibilità di farlo. Al mattino fui svegliato dalle
lamentele del proprietario che era seccato del fatto che io vi abitassi di già
e ne parlava con un vicino. Era domenica, una domenica di maggio, e di lì a
poco iniziò una processione che non finiva mai di belle famigliole con prole
numerosa, tutti super omogeneizzati. Pensai che ci fosse un ristorante nella
zona, in seguito seppi che era la festa di compleanno di una nipotina di un mio
vicino . La mia vita nella nuova casa iniziò all'insegna del lavoro di restauro:
bisognava togliere i soliti intonaci marci e compagnia bella. La sera mi godevo
il fresco con lunghe passegiate nel bosco e poi, quando faceva buio amavo
camminare in mezzo alla strada sterrata, mentre una miriade di lucciole faceva
contorno al mio passaggio. A volte quando spegnevo la luce e aspettavo di
addormentarmi vedevo una lucetta che svolazzava sopra il letto su fino ai
grossi travi che reggevano il pesante tetto di sasso. Una volta ne trovai una
nel letto! Spero che qualche lettore non vorrà pensar male… Nei fiori di tutti
i colori e numerosissimi che crescevano spontaneamente nei prati e sui bordi
della strada vedevo il mio amore e così la solitudine si stemperava in una
sensazione di comunione con la natura e con gli animali del bosco. Si è molto
più soli con moglie e figli in città che eremiti in cima ad una collina in
mezzo alla natura! So che qualcuno storcerà il naso, ma provate a svegliarvi il
mattino, affacciarvi alla finestra e di vedere la lunga coda di una volpe
volare sulla neve argentea illuminata dal sole…
STORIE DI PIANOFORTI
Il mio nuovo pianoforte da mesi aspettava che lo mandassi a prendere a Pavia
dal signor Rizzi. Un giorno mi aveva telefonato quando ancora abitavo a Pieve
Porto Morone e mi aveva detto di avere un'occasione che faceva per me, un
verticale alto americano. Io gli avevo risposto che ero senza una lira e che
non potevo impegnarmi in nessuna spesa.
Una sera alle sette passate sentii bussare alla mia porta. Era lui. Non sa cosa
perde. Ma non posso ripetei. Non le costa nulla venire a vederlo. Lo seguii
fino a Pavia nel suo magazzino. C'erano decine di pianoforti di tutti i tipi.
Mi fece provare il pianoforte americano. Suonava forte e pulito, ma la
meccanica non mi soddisfaceva del tutto. Vede, dissi, io sono senza soldi, ma
non per questo mi accontento di un suono qualunque. Promise che l'avrebbe
sistemato a puntino e poi rimase fino quasi alle nove a farmi provare i
pianoforti migliori, compreso un mezza coda Steinway & Sons che aveva bassi
che sembravano violoncelli e acuti che assomigliavano a campanelli. Lo
acquistai ( il verticale americano) e finii di pagarlo due o tre anni dopo e
intanto, visto che volevo andarmene via dalla casa, lo lasciai nel magazzino di
Rizzi a Pavia. Ogni tanto avevo il permesso di andare a trovarlo e di suonare,
la commessa mi dava le chiavi ed io potevo sfogarmi un po’. Ora potevo farmelo
portare e fu per me una grande gioia poter suonare su di uno strumento
finalmente decoroso. Infatti il piano che avevo prima e che Rizzi mi aveva
venduto controvoglia, l'avevo acquistato per mezzo milione compreso trasporto e
accordatura! Ricordo che ero andato a Pavia nel suo laboratorio e che mi aveva
mostrato diverse occasioni, ma tutte costavano dai tre milioni in su. Io avevo
problemi di soldi in quel momento e così gli chiesi di qualche occasione più a
buon mercato. Mi disse di guardare tra quelli da buttare se ne trovavo qualcuno
che poteva andarmi bene. Io ne trovai uno che mi sembrava recuperabile. Non
avevo visto male: era stato un tempo il pianoforte del Teatro Verdi di Pavia e
serviva per accompagnare le operette, solo che ormai era un po’ andato. Rizzi
me lo portò a casa da solo su di un Ape e fu un grande momento quello per me.
Adesso nella sala della casetta dove abito, a Pieve di Soligo, fa bella mostra
un mezza coda Steinway & Sons, ha un suono stupendo, di una bellezza
celestiale. Non per questo dimentico la gioa che provai quella volta, e tutte
le musiche che ho creato sul quel piano, prima fra tutte l'Ave Maria e il Veni
creator spiritus. Ricordo come fosse adesso la sera in cui vennero col trattore
a prenderlo e lo caricammo su di un carretto per portarlo in piazza a Pieve,
dove avrei dovuto suonare in favore di una casa di accoglienza per i ragazzi
drogati. Prima di me si esibì una banda che suonò brani d'opera in un'atmosfera
surreale, felliniana. Ricordo che feci una ripresa video del concerto ed ogni
volta che lo riguardavo mi venivano le lacrime agli occhi a sentire quella
musica suonata con tanta passione e con così tante stonature. Io suonai qualche
blues sul piano scordato a causa del viaggio avventuroso e poi la notte
qualcuno ebbe la bella idea di coprirlo con un cellophan, così al mattino era
da buttare perché il sole aveva cotto i feltri inumiditi dalla condensa. Chiamai
Rizzi che venne e mi sgridò per quello che avevo fatto e armeggiò per un intero
pomeriggio attorno al piano, per riportarlo a condizioni accettabili…
AL LAVORO
Fu un'estate calda, terribilmente calda. Durante il giorno me ne stavo chiuso
in casa cercando di sopravvivere grazie al fresco che emanavano i grossi sassi
che avevo così ben pulito. I lavori continuavano con il rifacimento degli
intonaci e poi iniziai a suonare e a lavorare all'arrangiamento per coro
polifonico dell' Ave Maria e del Pater Noster che avevo composto tempo
addietro. L' automobile con cui ero arrivato era una Panda sgangherata che
avevo acquistato all'Auto Oltrepò di Stradella. Non entrava più la retromarcia
e pensavo ormai di demolirla. Così, con gli ultimi soldi avanzati dalla vendita
della casa di Pieve Porto Morone, acquistai una vecchia Volvo diesel che mi
permetteva di andare con più agio avanti e indietro da Venezia, ove avevo
conservato la mia prima casa: una mansardina che affittavo settimanalmente.
Portai la Volvo su a Termine Grosso e la parcheggiai in alto sulla strada che
sovrastava il piccolo podere, per non occupare con le due macchine tutto il
praticello davanti a casa. Non avevo calcolato che a qualcuno lassù, la cosa
poteva non far piacere. Iniziarono così i soliti dispetti alle automobili. Dico
soliti perchè in precedenza, a Pieve Porto Morone ed a Milano da dove provenivo
avevo avuto una serie infinita di danneggiamenti e guasti procurati, tanto che
avevo fatto una denuncia alla Questura di Milano. Per liberarmi di un vicino
ero andato in un posto fuori dal mondo e mai dico mai mi sarei aspettato di
trovare gli stessi problemi. La Volvo ebbe tutto il contorno in acciaio dei
finestrini gibollato a colpi di punteruolo e la Panda fu sabotata penso con
dello zucchero nella benzina tanto che decisi di farla rimettere a posto
sostituendo il motore ed il cambio con pezzi di recupero. I coprivalvole di
plastica nera delle camere d'aria erano regolarmente tagliati con un coltello.
Chi poteva essere a farmi questi dispetti? A Termine Grosso, oltre a me c'era
una coppia di anziani pensionati, un anziano contadino un po' anomalo con un
tremendo bugno sulla fronte figlio di alcoolizzati e sua volta dedito al bere e
poi un signore con due baffoni bianchi che passava avanti e indietro col suo
trattore, mi guardava e passava oltre. Finchè un giorno, trovandomi in
difficoltà nella manovra di parcheggio, ebbi modo di conoscerlo. Mi invitò a
casa sua e mi offrì un caffè, conobbi sua moglie, sua figlia e l'anziana
suocera che viveva con loro. Era un pensionato di circa sessantanni forte e
amante dei cavalli. I cavalli erano cinque o sei e stavano quasi sempre chiusi
in un recinto coperto, aspettando di potersi sfogare a correre all'impazzata le
poche volte che li lasciava uscire a pascolare nei prati. Un'altra volta,
mentre ero a Venezia ad accudire alla mia casetta mi arrivò una telefonata da
parte di sua moglie che mi avvisava che il vento aveva fatto cadere una
finestra, di tornare immediatamente. Io chiamai un muratore del luogo e gli chiesi
di fare qualcosa perchè mi era impossibile tornare subito. Quando poi tornai,
vidi che la finestra non poteva essere caduta da sola, ma che qualcuno e con
grande violenza l'aveva cacciata all'interno della casa. Ma chi? All'inizio
sospettai del Piero a causa della sua ubriachezza che lo rendeva inaffidabile.
Di lui si raccontava che quando erano morti i suoi genitori e i parenti lo
avevano caricato su di una seicento multipla per portarlo in paese alle esequie
si era gettato dalla macchina in corsa per la paura: non era mai stato in paese
in vita sua! Questo non deve stupire: mi raccontava Renata che nella
civilissima Venezia certe vecchiette non erano mai uscite dal loro sestriere,
Apparentemente i miei rapporti erano cordiali con tutti i residenti nel piccolo
podere, eppure qualcuno non aveva digerito il mio arrivo, ma chi? Intanto mi
accorsi che nel paese di Travo esisteva una certa qual vita culturale e durante
l'estate seguente conobbi alcuni esponenti del circolo culturale Minerva che
stavano organizzando una mostra di pittura per inaugurare il Castello di Travo
che era stato restaurato da poco. Partecipai ai turni di guardia alla mostra ed
entrai così in contatto con Andrea, un giovane studente di clarino la cui
storia assomiglia incredibilmente alla mia. Egli aveva scelto di affrontare gli
studi da ingegnere, ma poi l'amore per la musica lo aveva convinto a lasciare
la facoltà ed a iscriversi al Conservatorio. Dirigeva un coro presso la
parrocchia di Travo. Qui c'erano due preti, due gemelli di buon cuore, anziani
e di salute cagionevole.
IL CORO DI TRAVO
Cominciai a partecipare alle prove del coro, quando a settembre riprese
l'attività per preparare il concerto di Natale. Andrea era alto, magro, con gli
occhiali, uno sguardo ed un sorriso beffardo, un po' ironico, soprattutto nei
confronti di se stesso. Il papà di Andrea era alto magro secco, con i baffi e
gli occhiali e lui sì era ingegnere ed aveva uno studio importante. Era anche
molto distratto ed aveva una passione innata per la buona cucina, tanto che
proprio quell' estate aveva coinvolto tutta la famiglia nell'apertura di un bar
gelateria ristorante che si trovava proprio all'inizio del paese e che
confinava col Castello di Travo. Andrea non amava molto questa attività, che
dopo neanche un anno fu ceduta ad altri. Intanto io avevo terminato
l'arrangiamento dell'Ave Maria e del Pater Noster, così chiesi ad Andrea di
metterli in repertorio. L'Ave Maria era in tutte le lingue d'Europa e questo
costituiva un problema per parecchi del coro. Così una domenica fredda e nevosa
di dicembre la rifeci in italiano e gliela portai. Andrea ritornò dopo qualche
giorno con un rifacimento suo della musica. La cosa mi fece piacere, ma nel
corso delle prove cresceva in me l'insoddisfazione di sentire una diversa sensibilità
e di non avere mai potuto sentire il mio arrangiamento. Ci fu una breve
scintilla tra di noi e poi soprattutto dopo che rifeci completamente la parte
dei bassi in un modo che a lui piacque molto tra di noi tornò l'accordo.
Intanto Andrea mi aveva proposto di scendere in paese in un monolocale di
proprietà della sua famiglia che si trovava sopra il ristorante, e così lasciai
la mia amata capanna che durante l'inverno era una specie di ghiacciaia.
Durante il giorno mi arrangiavo, mi muovevo, suonavo il pianoforte e mi
scaldavo con il camino e con una stufa a legna e carbone, ma di notte appena la
legna finiva, veniva un freddo tale che mi faceva male la testa. Così trascorsi
l'inverno in questo monolocale con la tastiera e la televisione suonando raramente
e guardando i cartoni animati alla TV. La sera poi andavo giù al bar dove non
veniva mai nessuno e prendevo un gelato o un dolce parlando del più e del meno
con i familiari di Andrea. Erano diventati per me come una famiglia e la
piccola Isabella mi si era molto affezionata e mi dimostrava il suo affetto
danzando per me davanti al resto della famiglia costernata. Arrivò così Natale,
la mia Ave Maria piacque molto in paese e durante la messa di mezzanotte fu per
me un emozione indescrivibile sentire la mia musica risuonare tra le volte
della chiesa. Anche i due preti furono contenti, tanto che al termine delle
prove, la vigilia, regalarono ad ognuno di noi un salame di torrone ricoperto
al cioccolato. Giù al ristorante assieme ai familiari di Andrea c' era un'altra
persona che mi aveva colpito: Marion, un'olandese. Aveva un sorriso angelico e
i capelli tutti bianchi anche se la sua età non li giustificava. Sembrava una
bambina diventata adulta di colpo saltando adolescenza e gioventù. Era di
Amsterdam o di lì vicino e a Travo c' entrava come i cavoli a merenda, ma io
ero contento che lei ci fosse. Portava occhiali di tutte le fogge, con
montature colorate ogni volta diverse e girava per il paese su di una Jeep
militare di colore verde, che la faceva sembrare una diplomatica dell'ONU in
missione umanitaria.
Fu un inverno pieno di neve e io ne fui molto contento. Vendetti la casa di
Venezia e per festeggiare andai a cena nel ristorante di Andrea che si chiamava
Il Bertoletto e prendeva il nome da un noto fuorilegge vissuto a Travo qualche
secolo fa. Facevo lunghe camminate lungo il fiume e mi piaceva soffermarmi e
vedere l'acqua scorrere guardando dall'alto del ponte. Finito l'inverno tornai
nella mia casetta e ricominciai i lavori. Arrivò la primavera e la natura
iniziò a risvegliarsi piano piano . E' stupendo passare l'inverno al freddo e
al gelo, per poi vedere la natura risvegliarsi e godere dei raggi del sole che
si fanno man mano più forti, più decisi, più caldi.
LA SINDROME DELLA RONDINE
Lavorando a ripristinare le finestre della cucina, le avevo tolte e portate a
cambiare i vetri. Fu così che un giorno entrò in casa una rondine e cominciò a
svolazzarmi sulla testa. Il soffitto della cucina era molto alto perchè avevo
tolto il pavimento di una stanza mansardata bassissima, impossibile da abitare,
che una volta fungeva da granaio. Così la rondine decise che avrebbe abitato
nella parte alta della stanza e iniziò a fare il nido. Portò la sua compagna e
tutto il giorno andavano avanti e indietro a prendere fili di paglia che
incollavano con la saliva per costruire il nido. Io che avevo fatto un soppalco
sopra il quale dormivo, passai a dormire sotto perchè il nido era proprio sopra
il letto, ovverossia sopra la mia testa. La rondine fece le uova e cominciò a
covarle, mentre il suo compagno terminava la costruzione del nido. Mi facevano
tenerezza ed ero contento di ospitare delle rondini nella mia casa. Sarebbero
nati i piccoli ed io avrei potuto osservare la loro crescita ed i primi voli !
Non avevo calcolato una cosa: che col passare del tempo le rondini si sarebbero
fatte sempre più prepotenti, rivendicando il possesso del territorio. Volavano
per la stanza attaccandosi attorno alle pareti per delimitare lo spazio.
Cominciarono a volarmi sopra la testa proprio per scacciarmi. A quel punto
presi nido uova e rondini e le cacciai . Rimisi le finestre e non le feci più
entrare.
Per un po' tornarono e stettero aggrappate al legno delle finestre, guardando
dentro la stanza dove avevano costruito il loro nido, poi capirono e non
tornarono più. Provai un senso di infinita pena per loro, ma poi mi consolai
quando seppi che le rondini fanno due nidiate per stagione. Immagino che ora il
mio lettore mi odierà per quello che ho fatto, ma si metta al posto mio ! Anche
le rondini volevano a cacciarmi di casa !
Fu dopo qualche tempo che qualcuno mi disse che ospitare le rondini sotto il
proprio tetto porta fortuna. E io le avevo cacciate... Non passerà molto tempo
che sarò cacciato a mia volta...
Ecco perchè ho intitolato questo racconto "La sindrome della
rondine", perchè ogni volta che qualcuno cerca di fare il suo nido in
territorio altrui si determina un conflitto che porta alla inevitabile lotta
per il predominio. Quello che sostengo io è che la vera vittoria è comunque
quella di chi lascia il conflitto. Di chi permette agli altri di inserirsi nel
suo territorio, così come di chi inviso lascia quel territorio se fatto oggetto
di prevaricazioni. Perde invece chi affronta la lotta, la guerra che determina
una situazione di invivibilià oggettiva che nemmeno generazioni su generazioni
hanno il potere di cancellare. L'esempio di Israele e del popolo Palestinese è
indicativo, al proposito. Laggiù non ci sarà mai pace finchè uno dei due popoli
non deciderà di uscire da una spirale di guerra e follia che determina per loro
una vita zoppa e infelice. Ritornando alla mia vicenda, nel piccolo podere il
mio vicino aveva intanto deciso di aprire un'azienda agrituristica ed aveva
cominciato una manovra di allargamento del suo dominio, che consisteva nella
conquista di spazi per le automobili dei clienti. Peccato che nè io nè gli
altri vicini fossimo d'accordo. Così dopo essersi trovato cataste di legna da
tutte le parti, segnali che lassù hanno un inequivocabile significato, dovette
ripiegare. Purtroppo i rapporti tra di noi erano andati vieppiù deteriorandosi
a causa del suo carattere dittatoriale, tanto che io avevo preso ad evitare la
sua casa. Non ho voglia di raccontare le discussioni poi degenerate in liti tra
di noi, nè le ragioni dell'uno e dell'altro. Sta di fatto che io non intendevo
più frequentare la sua casa e questo per lui era inaccettabile. Capii che
dovevo andarmene e così andai in cerca di una casa e trovai quella di
Freddezza, che conoscete già.
PIEVE PORTO MORONE: CASONI
Nel parlare del mio arrivo a Termine Grosso avevo accennato alla mia fuga da
Pieve Porto Morone ed ora, mentre mi accingo a parlarvi di quello che mi
accadde laggiù, che fu probabilmente molto più grave e difficile da affrontare
di quanto mi occorse in seguito, non posso esimermi dall'accennare al fatto che
arrivai a Porto Morone in fuga da Milano, dalla casa di mia madre. Di lì
dovetti andarmene su richiesta della mia famiglia dato che, per amore di una
donna che abitava tre piani sopra il mio appartamento e che conviveva
felicemente con uno che io naturalmente detestavo, mi ero messo secondo loro in
una situazione pericolosa e così un giorno di pioggia caricai la mia automobile
e mi trasferii armi e bagagli nella casa di Pieve. Debbo ammettere che questa
casa l'avevo acquistata in previsione di un eventuale punto di fuga da una
situazione che non era facile, ma che soprattutto era difficile da affrontare
dal punto di vista umano, non che io pensassi di fare mai alcunchè di male o
che viceversa potesse accadere a me qualcosa. Pensai di cercare casa nel
lodigiano tornando nel paese dal quale tanti anni prima mio padre era partito
per Milano. Mi rivolsi così ad un'agenzia immobiliare di S.Colombano e presi
appuntamento. Mi mostrarono tre rustici. Uno era brutto e misero, uno andava
bene sia per il prezzo che per la dimensione, l'ultimo era molto bello ma
troppo impegnativo per me come prezzo e come dimensioni e poi tutto da
ristrutturare. Tornato a casa ne parlai con mia madre, ma lei non voleva che io
me ne andassi e mi dissuase. Fu in seguito al deteriorarsi della situazione che
capii che dovevo assolutamente crearmi una via di fuga. Tornai così a
S.Colombano dall'agenzia immobiliare. Restava soltanto il rustico più bello.
Una casa su tre piani, un fienile, un'altra casetta su due piani e duemila
metri di terra. Senza contare che quelli dell'Agenzia mi fregarono un
portichetto e tre pertiche di terra truffandomi nella stesura del preliminare.
Comunque la casa fu mia e iniziai ad abitarvi in un giorno di novembre,
dormendo su di una ottomana regalatami da vicini, con una stufetta elettrica
accesa a due metri di distanza per cercare di riscaldarmi un po'. Feci presto
conoscenza di tutti quelli che abitavano nella corte ed in particolare di un
calabrese che quando mi si presentò aggiunse: -A me stanno sul ca.. i milanesi
con le Mercedes.-Io risposi che anche il Papa circolava su Mercedes e questo
non era motivo di disprezzarlo, ma evidentemente non riuscii a fargli cambiare
idea nei miei confronti, tanto che il suo odio verso di me arrivò al punto di
tentare di uccidermi e quasi vi riuscì. Ma andiamo con ordine... A quel tempo,
come vi ho già detto insegnavo ancora. La mia sede era a Limbiate a Nord di
Milano. Abitando in città mi era facile con il tram arrivare e così nell'altra
sede, a Cesate, con le ferrovie Nord. Ora tutto cambiava, il viaggio da casa a
scuola andava fatto necessariamente in macchina, così vendetti la mia vecchia
Golf color oro targata Treviso per prendere un grosso diesel che mi dava più
sicurezza sulle strade nebbiose della Lombardia. Questo fatto, questa scelta
basata sulla mia sicurezza aveva irritato il calabrese, perchè lui aveva una
macchina più piccola, una vecchia Ford Taunus che naturalmente poco dopo, anzi
subito trasformò in cuccia per il cane acquistando una nuova vettura più
grande. Subito dopo avermi accolto con quelle male parole mi invitò a vedere
dei mobili che aveva scartato e che secondo lui io avrei dovuto comprare, poi
mi mostrò i lavori che aveva fatto nella sua casa e mi disse che era capace di
fare tutto e che avrebbe potuto fare tutti i lavori di ristrutturazione della
mia proprietà. Insomma aveva trovato secondo lui il pollo giusto. Io gli
risposi che la casa in cui avevo abitato in precedenza me l'ero rifatta tutta
da solo e che così intendevo continuare. Fu guerra. Un giorno venne a chiedermi
l'uso di una stanza della casetta singola. Doveva depositare delle finestre
fino a Natale. A Pasqua successiva nella stanza c'erano materassi motorini e
compagnia bella, oltre alle finestre. Chiamai suo cognato che abitava di fianco
a me e gli dissi che lo spazio mi serviva. Mi rispose che allora avrei potuto
fargli pagare un affitto! Poco dopo arrivò con le chiavi del lucchetto. Le
guardai e vidi che le aveva stortate. Non ci vidi più dalla collera. Andai alla
sua casa. Stava issando da un balcone le finestre con l'aiuto di moglie e
cognato. "Professore vaffà, tenetemi se no scendo! ". Io di rimando:
"Voi non siete di qui e dovete stare attenti a come vi comportate!"Era
un periodo che io non ne potevo più della prepotenza dei meridionali immigrati.
Al lavoro, soprattutto a Limbiate, tutto l'ambiente: alunni, famiglie,docenti,
preside era di recente immigrazione. Sia chiaro che io non sono razzista, nè ce
l'ho con i meridionali. All' inizio del secolo mio nonno venne da Minervino
Murge a Milano per studiare da ingegnere e mia madre di nome si chiama Saveria.
Ma quello che succedeva in quella scuola era tutto un programma. In
Provveditorato a Milano tutto era in mano a loro, potevate vedere in atrio la
biancheria stesa del bidello che vi accoglieva in canottiera nel suo gabbiotto.
Per le supplenze, nelle scuole da loro controllate, arrivavano professori con
titoli di studio fasulli che non sapevano insegnare e che lasciavano che i ragazzini
facessero quello che volevano. Naturalmente a fare le spese di questo erano
soprattutto gli alunni e le famiglie. Ma anche noi insegnanti, quelli veri
dico...
Siccome in classe non riuscivo più a fare lezione, vuoi per il chiasso che
c'era in tutto l'istituto, vuoi perchè i miei alunni si erano abituati a
comandare nelle altre ore, cominciai a lamentarmi e a dire che chi non sapeva
insegnare e che era venuto a rovinare i ragazzi doveva tornare a casa sua. Non
l'avessi mai fatto ! A un certo punto arrivò una nuova collega napoletana
grassa, sempre vestita di nero, occhiali neri, cantante lirica e insegnante di
musica, così almeno a suo dire. Soltanto adesso so che essa rappresentava per
me la Morte. Intesa come radicale cambiamento di vita. Un giorno, durante
l'intervallo i venne a sedersi al mio fianco in sala docenti e mi aprì la
valigetta . Trovò tra le varie cose un vangelo e disse:"Mamma mia, ma sei
un pretone ! "Poi a mezza voce aggiunse: "La tua morte è
vicina."Io la guardai e le chiesi di spiegarsi meglio: mi fece cenno di
uscire e aggiunse:"Tu sei un capo carismatico e hai dato fastidio a
qualcuno. Non io, altri ha deciso così per te."Io presi e andai subito a
denuciare la cosa al preside. Lei venne poi in classe mia a dirmi che aveva fatto
semplicemente una citazione letteraria. Il preside minimizzò, ma poi si diede
malato ed in occasione dello scrutinio di fine quadrimestre mi accompagnò alla
porta della classe e se ne andò augurandomi buon lavoro. Sentii qualcuno
sussurrare: "Dobbiamo spaventarlo a morte !". Infatti avevo
denunciato l'accaduto ai Carabinieri e più d’uno di quei signori aveva una fifa
blù . Andai poi in questura a Milano e denunciai anche lì l'accaduto. Era
chiaro che a loro meno di così non poteva interessare e così chiamai Roberto,
un vecchio amico e i miei perchè venissero a prendermi. Ero sconvolto,
sconvolto per la meschinità di quella gente. Roberto mi consigliò di prendermi
un periodo di riposo per esaurimento e così feci. Scoprii che si può vivere
anche senza andare a scuola ad insegnare qualcosa a qualcuno, suonando un
pianoforte e coltivando piselli, radicchio e rucola. Era il periodo di
Carnevale ed ero a Pieve da novembre. La mia vita si stava movimentando un po'
troppo. Era quello che cercavo venendo via da Venezia, dove sentivo che la mia
vita era ferma, ma ora gli avvenimenti si susseguivano sempre più caotici e la
mia vita sembrava rotolare per una china pericolosa, senza più controllo.
Attento alle piccole spese professore -Caro, vecchio maresciallo De Giorgi. Un
mattino, pedalando verso casa, vidi una signora con la testa avvolta da un
fazzolettone alla maniera contadina. Era la sorella di Augusto che, vedendomi
arrivare, mi chiese se abitavo lì vicino. Io avevo già notato il campo che
costeggiava la sua casa perchè era pieno di fiori, ma di fiori così belli e ben
disposti che spiccava tra tutti per bellezza. Mi disse di andare a trovare suo
fratello e fu un suggerimento fortunato. Lui era un furbacchione e per farmi
parlare dei miei guai accennò alla storia d'amore tra un prete e una donna
sposata, storia che richiamava il mio amore milanese e che serviva come esca
per farmi parlare. Augusto era un maresciallo dei carabinieri in pensione e
sapeva come far parlare la gente! A parte gli scherzi io ci cascai volentieri e
lì nacque un'amicizia che ancora oggi coltivo. Era la prima volta che abitavo
in un piccolo paese di campagna. Imparai gli usi e i costumi del posto, nel
bene e nel male. I dispetti del vicino di casa continuavano nel frattempo con
costanza e determinazione. Un giorno tornando a casa trovai che mi aveva chiuso
il contatore del gas e un'altra volta trovai la macchina aperta con i fari
accesi e la sirena che suonava. Le gomme improvvisamente presero a sgonfiarsi
tutt'e quattro e dovetti mettere camere d'aria al loro interno. Mi consolava il
fatto di non essere l'unico destinatario dei suoi dispetti. Anche l' idraulico
da cui mi servivo, che aveva una casa di sua proprietà lì vicino, era una sua
vittima. Mi ricordo una sera con la pila e una pinza a tirar fuori tre
finissimi fili di ferro che qualcuno gli aveva infilato nella serratura del
cancello ! Se qualcuno si chiede come mai sono nati movimenti razzisti e
anti-immigrati nel nord tenga conto anche di fatti come questi. Quando mancava
ormai poco più di un mese alla fine della scuola, dovetti affrontare il
problema se tornare o meno a chiudere l'anno. Avevo paura che fossero gli
alunni a subire le conseguenze di tutta quella brutta storia e così, contro il
parere dello psicologo, decisi di rientrare. Al mio rientro trovai i genitori
che mi aspettavano imbufaliti. Non ce l'avevano con me, ma con i miei colleghi,
i quali dopo non aver fatto nulla tutto l'anno, pretendevano di bocciare metà
classe per punirla della loro inadegatezza. Avevo visto giusto. Ovviamente il
preside mi lasciò da solo affrontarli. Io comunque sapevo di essere da loro
benvoluto per il lavoro svolto l'anno precedente. Dissi all'incirca che in una
scuola dove il preside non faceva il preside, gli insegnanti non insegnavano,
gli studenti non seguivano le lezioni e non facevano i compiti e i bidelli non
pulivano, non era possibile ottenere risultati decenti. Dissi anche che avevo
ottenuto trasferimento per l'anno successivo e che auguravo loro buona fortuna.
Come vedete a volte nella vita ci si possono prendere piccole grandi
soddisfazioni. Del resto l'anno precedente le cose erano andate meglio, ma non
del tutto.
VIRGINIO
Virginio aveva fatto le elementari senza imparare a scrivere, promosso ogni
anno grazie alle sue minacce alle maestre . Quando faceva il tema in classe
riempiva quattro facciate fitte fitte di parole finte, scritte con una
calligrafia molto infantile.Lui i libri non li comprava, e se li aveva non li
portava mai a scuola. Leggeva in modo molto stentato e si arrabbiava subito con
i com-pagni che lo prendevano in giro per i suoi errori, naturalmente
minacciandoli che appena fossero stati fuori... Dato che sembrava venire a
scuola solo per minacciare a destra e a manca e non imparava un cribbio, un
giorno mi stufai e lo mandai dal preside. Tornò in classe nero.
"Ti farò prendere dai miei fratelli a te e anche al preside ! ". Lì
per lì la minaccia mi lasciò più stupefatto che impaurito, ma in seguito,
saputo che uno dei suoi fratelli era in prigione e che di professione faceva il
pugile, decisi di passare all'azione. Consultai il codice penale e chiesi ai
Carabinieri a cosa andasse incontro chi picchiava un insegnante e scoprii che a
scuola un docente è da considerare pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue
funzioni e che pertanto la pena era aggravata.Andai poi in una libreria del
centro e comprai una enciclopedia compact piena di illustrazioni . Il giorno
dopo riferii a Virginio quanto mi avevano detto i carabinieri e gli feci capire
che se mi fosse successo qualcosa sapevano chi cercare. Poi gli diedi il libro
che gli avevo comprato e lui ebbe una terribile crisi di pianto e mentre
piangeva bestemmiava e insomma… l'avevo colpito. E affondato. Infatti da quel
giorno io passai sotto la sua protezione. Guai a disturbare la lezione o a
interrompere: il piccolo boss interveniva prima di me e devo dire che era molto
autorevole. Io comunque non ebbi piacere della cosa e mi riappropriai subito
delle mie prerogative, ma con Virginio non ebbi più alcun problema, o quasi
anche grazie a un film girato con la classe intitolato "Il Reame di
Limbiaturlandia", nel quale Virginio aveva la parte di protagonista.
UN PERSONAGGIO INCREDIBILE
Un altro personaggio incredibile di quella scuola era il preside. Del resto
quasi tutti i presidi sono personaggi incredibili... Ma questo era davvero
speciale. Era un siciliano alto, moro, si vedeva che era di buona famiglia. Per
certi versi era anche un bell' uomo, impettito, con i baffoni e gli occhiali
d'oro. Veniva a scuola su di una A112 color panna e nera piena di cartacce e di
ogni schifezza immaginabile. Lui invece era sempre vestito con eleganza
ricercata, con abiti di raso nero e cravattino tanto che sembrava pronto per la
prima della Scala o per il matrimonio del fratello. Aveva tra le varie attitudini
quella a considerarsi padrone della scuola e teneva nei miei confronti un
atteggiamento duplice, di stima per come lavoravo e di odio per il mio
atteggiamento ribelle nei confonti dei suoi modi autoritari. Un giorno entrò in
classe durante la mia lezione e davanti ai miei alunni disse: "Professore,
lei sa che tra poco ci sarà la festa della scuola. Mi hanno detto che lei sa
suonare il pianoforte, che ne pensa di suonare per noi vestito da coniglietta?
"Un'altra volta entrò in sala insegnanti mentre stavo pizzicando una
chitarra. Al suo ingresso io smisi di suonare e lui, guardandomi dritto negli
occhi mi disse: "Professore lei ha paura di me?". Il suo capolavoro
però fu però l'acquisto del pianoforte. Senza chiedere nulla a nessuno fece
arrivare a scuola un pianoforte e lo fece collocare in atrio. Il giorno della
festa della scuola, vestito come sempre con cravattino e pseudo smoking, si
mise accanto ad un banco proprio al centro dell'atrio. Accanto a lui il
presidente del Consiglio di Istituto. Sul banco un enorme scatolone di cartone:
ad ogni genitore che entrava chiedevano un contributo e quando il poveretto
versava i soldi guardandolo dritto negli occhi commentava: "Così poco?
". Devo dire che non capivo il perchè del suo atteggiamento così odioso,
nè potevo capirlo. Qualche tempo dopo, quando ormai non insegnavo più in quella
scuola, seppi che era gravemente ammalato di leucemia e che già allora gli
restava poco tempo da vivere.
MEDE LOMELLINA
Il mio trasferimento fu davvero provvidenziale, e questa volta finii a Mede in
Lomellina: da Pieve Porto Morone a Pavia e di lì verso Mortara, in mezzo a
sterminate risaie. In questa scuola mi trovai bene. Ebbi solo qualche problema
perché nonostante avessi due macchine, a volte dovevo andare a scuola in treno
dato che il mio vicino di casa ci dava dentro con sempre maggiore impegno.
Questo significava uscire di casa alle quattro e mezzo, prendere il locale
delle cinque per poi aspettare la coincidenza a Pavia e arrivare a scuola
giusto giusto. La preside era una donna di una certa età con un carattere
imperiale e per fortuna mi prese subito sotto la sua tutela. Apprezzava la mia
attività creativa, non il fatto che quando c’erano le riunioni che duravano
fino a sera tardi io me ne andassi a casa per non perdere l’ultimo treno, così
mi fece un rapporto col quale mi chiedeva di giustificare un’assenza ad un
incontro con i genitori. La riunione successiva presi il treno che mestamente
si fermava a Pavia, senza continuare per Chignolo PO. Di lì un taxi fino a casa
per una spesa di circa ottantamila lire. Pensai allora di fermarmi a dormire a
Mede nella Locanda Italia, perché tutto sommato risparmiavo e mi riposavo pure
potendo presentarmi fresco fresco il mattino successivo per il consueto match
con i miei piccoli acerrimi nemici. Fu così che nacque questo scritto, per un
fatto accaduto dopo una doccia nella Locanda Italia a Mede Lomellina. Lo
riporto qui integralmente così come lo elaborai allora.
A Don Pietro
Al Vicario dell’Arcivescovo di Milano, Monsignor Giovanni Giudici
Al Cardinale Carlo Maria Martini
Al Sommo Pontefice Giovanni Paolo Secondo
"IL DIVORZIO IN S. MATTEO"
"Io poi vi dico che chiunque manda via sua moglie, ( salvo il caso di
fornicazione), e ne sposi un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la
donna ripudiata diventa adultero."
Quella sera di febbraio pioveva a dirotto a Mede ed io alloggiavo presso la
Locanda Italia. Nel pomeriggio girovagai per Mede senza meta ed acquistai un
orologio per il concorso creativo organizzato nella scuola, orologio che,
assegato come primo premio dall’Amministrazione Comunale che patrocinava la
manifestazione, tra l' altro, non mi è mai stato pagato.
"Prova a far domanda al sindaco…", "Venga e ne parliamo, la
aspetto lunedì alle dieci nel mio studio."Parlare di cosa? Questa è gente
che amministra il bene pubblico, gestisce bilanci di miliardi e non paga un
orologio ad un insegnante che organizza concorsi creativi per bambini a favore
dell'Unicef. Anche questa è purtroppo l’Italia di oggi.
Torniamo al mio pomeriggio piovoso: rientrato in albergo dopo una doccia
rilassante e prolungata mi sdraiai sul lettino della mia piccola stanza e
accesi la TV. Non trsmetteva nulla di interessante. Presi la mia valigetta e
guardai cosa c’era dentro: un po’ di tutto, ma una cosa che non manca mai è il
Vangelo. Non conosco alcun libro che si possa rileggere all’infinito come
questo senza stancarsi mai.
E’ un piccolo libro azzurro edito dalla Libreria Editrice Fiorentina a cura
della Compagnia San Paolo, con la prefazione del Cardinale Schuster, pubblicato
nel 1926. Lo trovai nel cassetto di un vecchio comò della mia casa di Pieve
Porto Morone. Rimasi come fulminato. Quello che mi colpì fu quella frase: salvo
il caso di fornicazione. Commette adulterio chiunque manda via sua moglie e ne
sposa un’altra, salvo. Ma allora se uno chiede il divorzio dal consorte che
l’ha tradito e si sposa di nuovo, non commette adulterio! Allora perché la
Chiesa non ammette il divorzio in questo caso?
Cominciarono ad affacciarsi alla mia mente un mucchio di pensieri. Decisi di
documentarmi meglio e di andare con i piedi di piombo. Ne parlai con una
collega docente di religione, la Prof Sturla, che mi portò un Vangelo dove la
traduzione era differente, al posto di moglie era scritto donna e al posto di
salvo il caso di fornicazione era scritto salvo il caso di concubinato. In
questo modo veniva eliminata l’unica eccezione riguardo alla possibilità di
sciogliere il vincolo matrimoniale, perché sciogliere un rapporto di
concubinato non comporta certo necessità di divorzio. Quella traduzione però
non mi convinceva. Tradurre il latino fornicationem o il greco porneia con
essere concubini e il latino uxorem con donna mi sembrava un forzare il senso
del testo: si trattava evidentemente di una traduzione intenzionale e non
rispettosa del testo. Decisi comunque di lasciar sedimentare le cose,
rendendomi conto della delicatezza del problema. Ne parlai con Don Pietro, il
Parroco dei Casoni di Pieve Porto Morone che mi diede alcuni testi da
consultare, tra i quali "La vita di Gesù Cristo"di Giuseppe
Ricciotti. Il Ricciotti, a proposito del punto controverso, dice: "Matteo,
con la sua particolare difficoltà, ha tutte le apparenze di aver conservato
meglio l’insieme delle parole di Gesù."(Par. 480, pag 570 ), e continua
più avanti: "Si noti che i Farisei hanno domandato a Gesù – Se è lecito
rimandare la propria moglie per qualsiasi causa -, intendendo senza alcun
dubbio il divorzio ebraico; Gesù in risposta ha dichiarato lecito tale rimando
nel solo caso di fornicazione (adulterio) della donna."Più oltre però
aggiunge: "Gesù dunque ha concesso non il divorzio, bensì la separazione.
Ma i Giudei sapevano distinguere tra divorzio e separazione?". Già,
aggiungo io il Ricciotti si tira fuori dai guai inserendo questa sottile distinzione
tra divorzio e separazione, inventandosela di sana pianta.
Gesù ha detto che se uno lascia la moglie e ne prende un'altra commette
adulterio eccettuato il caso di fornicazione. Così è scritto. Gesù ha dato
un’indicazione che segue la logica della giustizia e dell’amore, sta a noi
raccogliere la sua indicazione. Già, perché l’amore, quell’amore che unisce
uomo e donna fino a farne un’unica carne può anche finire quando in quell’unica
carne ne entra un’altra. Non è una questione puramente materiale, di corpi e
basta.
Credo che si sia santi nel proprio corpo prima che nella propria anima. Un
corpo santo non commette peccato perché non ne prova il desiderio o per meglio
dire non manda alla mente segnali e stimoli che la possano turbare. E l’anima
per me è legata indissolubilmente all’essere completo dell’uomo, che comprende
mente e corpo, sensi ed intelletto. Qualcuno sta peparando un roghetto per me
in qualche piazza? L'uomo non tenga unito ciò che Dio ha sciolto. Mi riferisco
in questo caso non all’adulterio, che non è certo ispirato da Dio, ma alla
vittima di questo. Che il Signore, secondo le parole di Gesù scioglie dal
vincolo con il compagno che lo ha tradito e quindi lascia libero di risposarsi.
E l’altro, il traditore, l’adultero? Gesù lo ha detto: va e non peccare più.
Anche l’adultero o l’adultera possono trovare di nuovo la strada della pace
interiore e dell’amore vero. Spesso persone sole, tradite, senza prospettiva di
poter vivere un nuovo periodo di felicità e di amore, finiscono preda di corvi e
vivono rapporti di non amore, di squallidi legami fisici se non addirittura di
palese interesse. E i figli? Chi ama sinceramente un uomo o una donna non può
non amare anche la sua prole. Questo mio scritto è indirizzato alla Chiesa
Cattolica Romana e vuole lanciare un caldo appello perché sia riconsiderata la
posizione di coloro che hanno divorziato o si sono separati a causa
dell’adulterio del coniuge e che vivono questo dramma senza potersi ricreare
una famiglia. Io non chiedo riforme o innovazioni, io chiedo che si rispetti
quanto sta scritto nel Vangelo. Nella povertà affettiva, nel grave disagio di
chi è solo ed emarginato vi è una povertà spesso più grande di quella dovuta
alla mancanza di beni materiali. E’ la mancanza d’amore, quella mancanza il cui
vuoto rende a volte persino disumana la vita.
Pieve Porto Morone 12-1-1992
Sono passati pochi giorni da quando ho inviato la mia missiva e mi arriva una
prima risposta: è la Segreteria del Cardinale Martini che mi comunica che,
essendo il Cardinale in partenza per l’estero, non ha avuto tempo di leggere il
mio scritto.
Passa ancora un po’ di tempo, è domenica, sono ospite di Marta. Leggo il
giornale del papà di Marta, montanelliano di ferro, un articolo attira la mia
attenzione, il titolo dice: -"Assistiamo i divorziati"prudente
apertura del Papa -
--Le persone divorziate e risposate devono avere assistenza pastorale, ma si
deve ripettare il diritto canonico --.
Mi viene un colpo: che sia per merito del mio scritto? Non lo saprò mai, ma mi
piace pensarlo.
LE BANCHE
Il mio rapporto con le banche non è mai stato tranquillo, almeno negli ultimi
anni. Diciamo che è andato evolvendosi con il resto. Fino a quando ho condotto
la mia tranquilla esistenza di professore ed ho abitato a Venezia non ho mai
avuto alcun problema. Per anni ho tenuto un semplice libretto di risparmio
investendo i pochi soldi che avanzavo nel sistemare la mia casa e nella mia
attività creativa. Il mio primo conto corrente lo aprii quando, arrivato a
Milano, acquistai la casa di Pieve Porto Morone, contraendo un mutuo
consistente. Quando poi fui costretto a trasferirmi a Pieve pur continuando ad
insegnare a Nord di Milano, le mie spese aumentarono in modo esponenziale, sia
per il viaggio che per le riparazioni delle vetture che il mio vicino di casa
continuamente danneggiava. Quello delle automobili è comunque un capitolo a
parte sul quale mi riprometto di tornare. Tornando al discorso banche, visto
che la situazione si faceva per me difficile pensai che dovevo aumentare i miei
guadagni e quindi di intraprendere una nuova attività oltre all'insegnamento.
Decisi di costituire una casa editrice di libri e giochi per bambini. Eleborai
un progetto, ne parlai con amici disposti ad entrare in società, trovai in
Marco, mio grande vecchio amico un possibile socio fondatore e in Cristina una
libraia di Pieve una possibile socia accomandataria, cioè responsabile economa
della ditta. Infatti come statale non potevo io rivestire io stesso quell'
incarico. Preparai un progetto con più di dieci produzioni interessanti,
progetto che fu esaminato ed approvato da uno dei massimi esperti italiani del
settore. Fu così che decisi di chiedere un altro mutuo ipotecando la casa di
Pieve. Non ebbi difficoltà ad averlo, così come il direttore della filiale
dell'altra Banca con la quale avevo contratto il primo mutuo per l'acquisto
della casa, mi accordò un fido per darmi modo di rimettermi in sesto. A volte
nella vita, le cose vanno in modo diverso da come noi vorremmo. Raramente
comunque credo siano andate così storte come successe a me in quell' occasione.
Cristina non se la sentì di assumere responsabilità nell'iniziativa e si si
ritirò in buon ordine dicendo che a volte la provvidenza percorre strade a noi
sconosciute! Il mio amico Marco mi invitò a cena una sera per concordare le
ultime decisioni prima di fare il grande passo. Fu lì che la sua compagna
cominciò a trattarmi in modo incredibilmente cafone, tanto da costringermi dopo
che avevo sopportato anche troppo, a chiedere rispetto e che la smettesse. Ci
mancò poco che Marco mi bastonasse. Comunque fui buttato fuori di casa. Pensai
in seguito, ragionandoci sopra, che probabilmente Paola non aveva piacere che
qualcuno distogliesse Marco da incombenze che lei gli aveva da tempo affidato
che riguardavano le sue attività creative di pittrice di tele e stoffe per
divani, di cui Marco faceva praticamente il rappresentante quando non era
impegnato come corniciaio, baby sitter, impiegato comunale, muratore,
scrittore, contadino, apprendista avvocato e via dicendo. Mi ritrovai così a
terra, i soldi del secondo mutuo mi servivano per pagare le rate del primo, ma
finiti quelli ora avevo due mutui da pagare. Metà stipendio e più andava per i
viaggi tra scuola e casa e poi c'era la casa da fare, dato che mancavano
riscaldamento e impianti vari. Successe allora che prima in una poi anche
nell'altra banca cambiassero i due direttori. I nuovi arrivati chiesero che io
rientrassi entro breve termine dai fidi concessimi dai due predecessori. Uno
dei due arrivò a mandarmi un ingiunzione di pagamento del tribunale che mi
costò quasi un milione di spese, l'altro mi fece stare fuori dalla porta
girevole di ingresso della filiale per circa dieci minuti, dato che il metal
detector non sopportava i bottoni di metallo dei miei jeans. Dovete tenere
conto, che io avevo una casa a Venezia, ipotecata a favore di un banca, più due
case a Pieve con fienile e circa duemila metri di terreno, ipotecate a favore
dell'altra,a garanzia dei mutui. Dunque le banche erano al sicuro. Avevano in
mano un valore come minimo doppio di quanto avanzavano da me. Quello che non
accetto è l'umiliare il cliente. Quando davanti al direttore della banca di
Pieve che mi chiese di restituire i soldi entro breve andai a dire che avevo
venduto la casa e pronto il preliminare mi buttò fuori dallo studio dicendo che
non aveva tempo da perdere con gente come me. Quando portai ricevuta del
pagamento della prima caparra dell'acquirente mi fece chiudere carta di credito
addebiti delle bollette e via dicendo. Insomma dispetti veri e propri. Tant' è
vero che scrissi una lettera alla direzione della sua banca chiedendo se per
caso fossero mafiosi visto il comportamento intimidatorio tenuto da quel
direttore. Mi convocarono al volo inviperiti. Alla fine, sentite le mie
proteste, mi accordarono di nuovo il fido che il direttore mi aveva tolto e mi
garantirono che fino alla conclusione del nostro rapporto non avrei più avuto
problemi. In cambio dovetti firmare una dichiarazione in cui dicevo che la
banca non era mafiosa ! Lo stesso feci nei confronti dell'altro direttore, il
quale girava con tanto di crocefisso conficcato nel bavero della giacca. Forse
era il suo emblema, quello di mettere in croce i poveri cristi. In ogni caso
scrissi alla direzione che avrei restituito parte del debito con la liquidazione
che avrei ricevuto di lì a poco e che avrei affittato a settimane la mia casa
di Venezia piuttosto che venderla. Le stesse cose che avevo detto al direttore
che mi aveva denunciato immediatamente al tribunale. Alla fine aggiunsi che
quel direttore che mi aveva trattato in quel modo la croce che portava sul
bavero poteva mettersela dove che andava bene. Fu così che la banca centrale mi
concesse di fare come avevo detto, il direttore col crocefisso non mi volle più
vedere e così potei prendere i miei accordi con una impiegata con la quale
andavo d'accordo. Detto questo non voglio generalizzare, non tutti i direttori
di banca si sono comportati nei miei confronti come quei due signori e adesso
ho ottimi rapporti con le banche, probabilmente perchè i miei conti vanno bene.
Ma è questo il punto. Quando i conti non vanno bene è giusto che una banca
assuma comportamenti di quel genere? Soprattutto quando il cliente è
incolpevole della situazione creatasi…
Intanto piano piano, a causa delle vicissitudini che vivevo, cominciò a far
capolino in me l'idea di lasciare l'insegnamento. Ero stufo di spendere quasi
tutto quello che guadagnavo per arrivare a scuola per poi ricevere continue
delusioni da quell'ambiente.
RONDINE A SCUOLA
Le attività creative che praticavo per conto mio e con i bambini che erano
state all'inizio motivo di soddisfazione e di riconoscimenti nella scuola si
erano trasformate ormai in un problema. Presidi e colleghi erano gelosi e
invidiosi del mio attivismo e delle mie iniziative, come degli articoli che sui
giornali locali spesso correlavano il loro successo. Se poi gli articoli
riguardavano attività creative mie personali, veri propri attacchi di invidia
omicida arrivavano da parte dei miei amati compagni di lavoro. Ricordo un episodio
in particolare, indicativo di quanto affermo. Fui incaricato dal Comune di
Castel San Giovanni di tenere un incontro con alcune classi delle scuole
superiori durante il quale, come avevo già fatto altre volte, avrei parlato dei
problemi dei giovani, in particolare della tossicodipendenza e avrei concluso
poi con alcune canzomi di mia produzione e con una piccola mostra di opere
creative. L' incontro ebbe successo e il giorno dopo sul giornale di Piacenza
uscì un articolo a mezza pagina sull'iniziativa. La settimana successiva c'era
nella scuola dove insegnavo la consegna delle schede di fine anno. Io arrivai
alle dieci e trovai appeso in bacheca un volantino con la fotocopia di ritagli
di giornale ove, sotto la mia foto c'era la foto della prima comunione col
Vescovo in primo piano e poi si diceva che io avevo invitato i ragazzi a
drogarsi e a fare sesso e che per fortuna ero stato ucciso come un cane da uno
che passava per caso di lì. Ora la cosa può far sorridere chi non conosce
l'ambiente della scuola sopratutto oggi, quando trasmissioni televisive water
vivono solo di questo e del godere della gente quando vede uno che è trascinato
nel fango. Anche il preside aveva visto e riso e non aveva dato ordine di
togliere quella schifezza. Scritta da qualche collega insegnante che
ritenendosi fallito aveva cercato di rovinare il piccolo successo di un suo
compagno di lavoro. Per me era umiliante che i miei alunni e i loro genitori
avessero letto quelle scempiaggini. Questo fatto unito ad altri innumerevoli,
mi convinse a lasciare un posto di lavoro dove c'erano troppe persone indegne,
alle quali per giunta facevo paura perchè non avevo peli sulla lingua nel
denunciare la loro inadeguatezza e impreparazione rispetto ad un ambiente in
cui si formano le nuove generazioni che hanno bisogno di tutt'altro! Anche in
questo caso, come nel caso dei direttori di banca, ci tengo a precisare che non
si può generalizzare e fare di tutta l'erba un fascio, per cui non me ne
vogliano i colleghi che leggeranno queste righe e che non debbono tutti
indistintamente sentirsi oggetto delle mie considerazioni, ma se dovesse
leggere queste righe uno di quei pseudo insegnanti o pseudo presidi con cui ho
avuto a che fare negli ultimi anni di lavoro, sappiano che il disprezzo che
nutro nei loro confronti è della qualità migliore perchè pochi sono
maggiormente da disprezzare di coloro che rovinano i giovani per la loro
incapacità, il loro cattivo esempio e la loro malafede.
VIA DALLA SCUOLA
Quell’anno la scuola cominciò come al solito i primi giorni di settembre, ma io
non c’ero. Avevo atteso con una certa ansia il giorno fatidico, ma mi accorsi
che in realtà la scuola non mi mancava per niente. Non sapevo di preciso cosa
avrei fatto, sapevo solo che per la mia dignità e per la mia salute psicofisica
non potevo tornare indietro da una scelta che mi si presentava ogni giorno più
obbligata. Di fatto lasciai che fosse il mio istinto a condurmi verso la mia
nuova vita e ben presto fu chiaro quale sarebbe stato il mio nuovo impegno. Mi
sedetti al pianoforte e iniziai a suonare sempre più deciso e a improvvisare
per ore. Questo sarebbe stato il mio destino. Quello che non avrei mai potuto
sapere era che avrei lasciato la chitarra per il piano e il rock per la musica
colta. Debbo ammettere che ebbe una forte influenza rispetto a questo
cambiamento la mia esperienza con il coro polifonico di Pieve e con il suo
direttore Rosalia Dell’Acqua.
L'INCONTRO CON LA MUSICA SACRA
In un piccolo paese come Pieve, non ci sono molte cose da fare la sera... Tre o
quattro bar, l'oratorio, la palestra delle scuole due volte la settimana per
fare un po' di ginnastica. Fu all'oratorio che conobbi Ezio, un bravo ragazzo
che mi aiutò ad inseririmi nel paese portandomi al coro che si riuniva in una
sala comunale. Dirigeva il coro una donna: Rosalia Dell'Acqua, una
professoressa di musica molto brava che sarebbe poi diventata docente di canto
corale al Conservatorio di Parma. Io andai più che altro per curiosità e per
conoscere qualcuno, dato che la mia musica era il blues e il rock & roll e
mi sentivo come un leone costretto a belare invece che ruggire contenedo la mia
voce in quelle nenie. Rosalia mi sembrava una suora, ma una di quelle madri
superiore temibili, che quando le cose non andavano per il verso giusto era
capace di offendere a morte quei trenta poveracci che dopo un giorno di lavoro
avevano il coraggio di tentare di cantare inni al Signore tra le terribili
imprecazioni di chi li guidava. Debbo dire però che più passava il tempo e più
quelle melodie entravano in me, fino a cambiare in modo determinante la musica
che usciva dalle mie dita sul pianoforte. Fu così che iniziai a cantare melodie
che assumevano toni sempre più vicini alla musica sacra, o che limavo altre
musiche già create scoprendo che acquistavano fascino indiscutibilmente
maggiore all' interno della nuova dimensione.Con questo coro cantai quasi per
due anni. Poi, un po' per il fatto che avevo spesso problemi a recarmi a
cantare perchè le mie vetture erano costantemente dal meccanico, un po' perchè
scoprii di essere malvisto da alcuni componenti del coro, me ne andai. Ormai
però quella musica mi era entrata dentro e decisi di affrontare composizioni
polifoniche e lo Stabat Mater di cui ho parlato in precedenza per l'estrema
facilità con la quale questa musica sgorgava dal mio animo . In seguito ho
cantato con il Coro Rosetum di Milano e con il Coro di Travo, ma il Coro
Polifonico Padano rimane nei miei ricordi come il primo e come quello che ha
segnato un cambiamento decisivo di orizzonte della mia musica. Eravamo spesso
chiamati a cantare nei paesi e nelle cittadine vicine in occasione di feste e
cerimonie di vario genere e alla fine del concerto non mancavano mai bottiglie
di vino e ogni ben di Dio. Una volta andammo in tournée in Germania e tenemmo
due concerti, uno a Geislingen e uno a Stoccarda, e ricordo una simpatica
serata dopo il concerto di Stoccarda in un centro culturale dove alcuni membri
del coro si esibirono in un repertorio più o meno improvvisato, per niente
sacro e a me toccò suonare un ruggente boogie woogie su di uno stupendo
pianoforte a coda che troneggiava sul palco in fondo alla sala. Tornando poi a
casa, durante il viaggio di ritorno, a Ulm successe un fatto che mi rattristò
molto. Dopo aver visitato la stupenda cattedrale, alcuni del coro ci recammo a
far visita ad una pasticceria che ci aveva attirato con le sue vetrine piene di
dolci colorati. Ci sedemmo e prendemmo un caffè e qualche pasta. Alla fine io
mi feci avanti offrendo a tutti, sborsando tra l'altro una cifra considerevole
per le mie tasche.
Il commento di uno di coro fu all'incirca: sarà checca ma non è tirchio. Questo
evidentemente solo perché Ezio, quello che mi aveva introdotto nel coro, che
era un pandolone attaccato alle gonne della mamma e di Don Lorenzo, mi si era
affezionato molto, trovando una persona disposta a concedergli un amicizia
sincera . Lì scrissi la poesia Cafè
Troglen , per la rabbia di vedere come la generosità e il buon cuore
possa venir disprezzato fino ad arrivare a certe deviazioni: deviazioni
evidentemente presenti in chi le ha fatte e subito raccolte da un altro degno
compare che ho subito zittito minacciando di svergognarlo davanti a tutti. Un
altro posto ove Ezio mi aveva introdotto oltre al Coro e all'Avis era
l'oratorio. L'oratorio di Pieve era a fianco della bella chiesa barocca ed
aveva un locale bar affacciato su di un campetto di calcio. Sopra il bar
c'erano delle aule ove si svolgevano le lezioni di dottrina e a fianco del
campetto di calcio c'era un campo di pallavolo. Insomma il classico oratorio di
paese. Per me che venivo da una città come Milano dove un tempo non esisteva
una vita sociale come questa, aveva un indiscutibile fascino. Tutti mi
chiamavano "profesur "e ricordo delle belle serate estive passate in
lieta compagnia, dato che l'oratorio nel paese resta centro di aggregazione
anche dei grandi oltre che dei piccoli e per uno come me che arrivava da fuori,
senza conoscenze, era indubbiamente un punto di attrazione. Il parroco, Don Lorenzo
era piuttosto vecchio e malandato e mi chiamava vicino a sè la sera chiedendomi
notizie della mia giornata. Il suo commento finale era regolarmente un "e
alura "che aveva un significato irrevocabile. Sta di fatto che
frequentando l'ambiente presi a partecipare alla messa della domenica e fui
invitato a partecipare alle riunioni serali all'oratorio. Ricordo che un'estate
mi chiesero di partecipare ad un Grest, cosa che feci volentieri, documentando
con la mia telecamera le attività svolte durante la giornata. All'interno di
questa attività, assieme ai ragazzi scrissi questa preghiera che mi piace qui
riportare in tempi di intolleranza e di razzismo dilagante.
PREGHIERA PER L'EUROPA
Oh Signore che dall'alto dei cieli
vegli sui popoli e sulle nazioni,
fa' che i popoli dell' Europa
siano sempre uniti tra loro
e che nessuna guerra
mai più li divida. Fa' che
vivano in armonia fra di loro
senza differenze di nazionalità
e di razza, fa che essi vivano in
pace con i popoli degli altri continenti
e che accolgano con amore gli immigrati
così come costoro rispettino e amino chi
li accoglie. Per questo Ti preghiamo, Signore,
sicuri che questa è la Tua Volontà. Così sia
Intanto mi arrivarono una serie di richieste per ripetizioni di italiano e
latino a ragazzi del paese da parte di famiglie che mi avevano consciuto
all'oratorio. Ricordo come piacevole il periodo della mia assenza forzata da
scuola, infatti mi ero creato una piccola scuola personale, un gruppo di amici
e la mattina avevo il tempo di suonare e di lavorare nell'orto. Il pomeriggio
lo dedicavo alle ripetizioni e alle visite al maresciallo De Giorgi e ad altri
amici pievesi. Tra gli amici più cari non posso non ricordare la Luigina Lanza,
una persona squisita sempre pronta ad aiutare gli altri che la mattina del mio
compleanno mi fece trovare un pacchetto appeso all’uscio con dentro dolci e una
bottiglia di vino e Don Pietro, un sacerdote come pochi che aveva due occhi nei
quali si poteva leggere la sua pace interiore ma anche un bel bastone
appoggiato all’ingresso dell’oratorio pronto per gli ospiti indesiderati.
Ricordo che quando mi presentai la prima volta da lui mi accolse con vero amore
e mi trovai ad arrivare a casa con in regalo una bella giacca di pelle nera.
Tutte le mattine Don Pietro faceva in bicicletta la strada che dai Casoni porta
al paese e lì aveva una parola buona per tutti. Anch’io facevo lunghe corse con
una vecchia bicicletta sgangherata che
mi ero portato dal Veneto. Un giorno vidi appesi dei manifesti per tutto il
paese che propagandavano una corsa in bicicletta non competitiva per le strade
e gli argini del paese. Io mi iscrissi e mi recai tranquillo alla partenza
pensando fosse una specie di passeggiata domenicale per famigliole. Mi trovai
davanti un plotone di ciclisti armati di biciclette spaziali, caschetti, tute
leggerissime e ogni ben di dio. Insomma ero l'unico in braghette con un vecchio
rottame arrugginito che faceva rumore di ferraglia. Decisi di partecipare lo
stesso e per tre o quattro giri del tracciato riuscii a restare con gli altri,
finchè mi si ruppe un pedale della bici e posi fine alla gara! In questo
periodo non ci furono soltanto gioie e soddisfazioni, il mio vicino di casa
continuava nela serie infinita di dispetti con l'intento chiaro di fiaccare la
mia resistenza morale ed economica. Andai più volte dai carabinieri, informai
il sindaco ma non ci fu nulla da fare. Lui è ancora là, ed io? Io sono qui a
Jesolo che scrivo. Quanto tempo è passato, quanta acqua sotto i ponti, certo il
mio disprezzo nei suoi confronti è immutato, ma quella riflessione che feci
all'inizio, vi ricordate? Bene quella riflessione sulla funzione positiva degli
elementi negativi nella nostra storia personale ritorna. Se non ci fosse stato
quel tipo io sarei ancora là. Invece la mia vita ha preso una strada diversa e
si è arricchita di nuove conoscenze, di persone e di ambienti e luoghi fisici.
Basterebbe pensare agli amici nuovi che ho trovato in ogni luogo in cui mi sono
trasferito, o al rapporto che ho avuto con i gatti a Freddezza e a quello con
le lucciole di cui vi ho parlato, ricordando le estati a Termine Grosso. E le
grosse lumache attaccate ai tronchi che tenevo accatastati dietro casa e la
fatica per staccarle e per evitar loro di finire arrosto! Tutte queste cose
sono dentro di me e anche se non avrò più l'occasione di vivere in un bosco, la
sua poesia e il suo humus faranno parte per sempre della mia identità.
SANSONE E I FILISTEI
In Parrocchia era cambiato da poco il coadiutore del parroco, ed era arrivato
un giovane di belle speranze. La sera della presentazione mi si avvicinò, mi
strinse la mano e mi disse che gli avevano parlato molto di me e che era felice
di conoscermi. Dopo poco iniziò la dottrina e qualcuno fece il mio nome per
entrare a far parte dei catechisti. Mi misero assieme a Don Marco e
praticamente il mio ruolo era di segnare i presenti all'appello perchè per il
resto l'incontro era guidato interamente da lui. Una volta Don Marco si era
assentato perr una gita e mi aveva pregato di sostituirlo: mi recai per l'incontro
e non trovai nessuno. Un bambino mi disse che Don Marco aveva detto loro di non
andare. Peccato che a me avesse detto esattamente il contrario. Il parroco era
chiuso nella stanza dell'orologio e aspettava di sentire i miei accidenti che
ci furono eccome. Ma come dicono a Venezia il peggio non è mai morto e così...
Un mattino a scuola a Mede Lomellina avevo un'ora buca e mi misi a leggere la
Bibbia, in particolare l'episodio di Sansone e i Filistei. Lo lessi con
attenzione e mi piacque molto, tanto che durante l'ora di lezione successiva lo
illustrai alla classe in modo brillante, riuscendo a catturare l’attenzione
degli alunni. Mi colpì quella visione di un Dio che mette al mondo uno
sterminatore, il quale muore nell'esercizio delle sue prerogative e nella sua
morte trascina con sè i nemici del suo popolo e quindi del suo dio. Lo
paragonai alla figura di Gesù, venuto a portare un discorso completamente agli
antipodi, l'eroe martire che con la sua testimo-nianza di amore converte il
nemico nel momento stesso in cui questi lo martirizza fino ad ucciderlo. Così
la sera, durante una riunione di giovani al termine di una relazione sonnolenta
e vuota di Don Marco decisi di prendere la parola e di illustrare brevemente la
storia e la mia interpretazione. La reazione di Don Marco fu: non sei un
cristiano. Uno va all'oratorio la sera dopo un giorno di lavoro, non solo ma si
legge la Bibbia e cerca di capire e poi parla ai giovani. Ecco il delitto.
Guai. Un laico che parla ai giovani. Non sei cristiano. Se sei cristiano
ascolta il prete e zitto. Se non sono cristiano perchè sbaglio l'esegesi
biblica, ammesso che sbagli, lo sono per la vita e le scelte che faccio
risposi. Non sei tu è il Signore a fare il bene che dici di fare. E poi non
esiste l'eroismo cristiano. E quando faccio del male risposi, sono io o è il
Signore a farlo? Di Caifa ne nascono tutti i giorni e sono seduti di fianco o
davanti a noi anche negli oratori. Me ne andai indignato per cotanta
imbecillità per non dire peggio e poi scrissi una lettera al Vescovo di Pavia.
Nessuna risposta. Così scrissi al Papa. La Santa sede mi rispose: abbiamo
ricevuto la sua lettera, forse avevano paura che mi rivolgessi ditrettamente al
Padreterno! Così capii che l'atteggiamento del calabrese, del piacentino, di
Zorro, di Don Marco, insomma di tutti coloro che mi avevano in un modo o
nell'altro fatto capire di detestare la mia presenza, aveva un comune
denominatore che chiamerei la sindrome della rondine.
Più sei bravo, più rischi, perchè la tua intelligenza e la tua capacità mettono
in luce i limiti del tuo vicino . Questo riguarda ogni campo della nostra vita.
Per questo amo molto Gesù Cristo. Perchè è stato fatto uccidere dai sacerdoti
per odio verso le sue capacità. Gesù non era un prete e aveva la pretesa di
parlare a nome di Dio: a morte.
STORIE DI AUTOMOBILI
Mi rendo conto che il sistema di narrazione che ho adottato può ingenerare
confusione in chi cerca di seguirmi in questa incredibile storia. Ne
ripercorrerò le tappe più significative attraverso le automobili che ho
posseduto man mano e che hanno accompagnato i miei trasferimenti in giro per il
mondo. La prima è stata un maggiolino. Tutti dovrebbero iniziare con un
maggiolino secondo me, entrare nel mondo dell'auto tramite questa coccinella a
quattro ruote. Era blu ed era di mio cugino. Un giorno, tornato da una gita
scolastica a Milano, ricordo che non partì e che mi lasciò a piedi due o tre
volte di seguito. Un altra volta si aprì una portiera mentre stavo facendo una
curva, ma il fatto che decise la sua fine fu la ruggine sul fondo, che faceva
temere a tempi brevi un crollo totale. Quando arrivai al cancello del
demolitore il motore si fermò e non volle ripartire: dovetti spingerla a mano
dentro quello che sarebbe stato il suo ultimo garage. A quel tempo abitavo ancora
a Venezia e insegnavo a Noale. La seconda fu una Golf color oro e nera con un
teschio sulla cloche del cambio, targata Treviso. La portai a Milano e durante
il viaggio continuava a fermarsi perchè la batteria non era fissata al telaio e
volava dentro il vano motore. La terza fu la Mercedes azzurrina motivo di odio
del calabrese di Pieve. La quarta fu una Mercedes 5OO blu come quelle dei
diplomatici che acquistai per pochi soldi e misi a metano. Feci questo per dare
una lezione al calabrese che impazzì letteralmente...
Tanto che mi metteva il chewing gum appiccicato ai sedili di velluto oppura me
li tagliava col coltello oppura ancora mi segnava ogni notte la carrozzeria o
ancora chiodi nelle gomme, finchè riuscì a farmi andare fuori strada, di
ritorno da Civenna dove avevo accompagnato mia madre da suo fratello. La cosa
curiosa è che l'estate prima avevo scritto un racconto che si intitolava
"Nessun incidente sulla statale trentacinque"e che proprio su quella
statale arrivato ad una curva molto facile la macchina partì sbandando e finì
accartocciata dopo un testa coda in un fosso. Vidi in seguito per televisione
automobili a cui veniva fatto esplodere un pneumatico posteriore e l'effetto
era quello, identico. Le gomme erano nuove, la velocità suoi settanta, non
potevo uscire di strada neanche volendo. La gomma posteriore sinistra era
scoppiata... Il bello dell'incidente fu il momento in cui sentii i vetri andare
in frantumi, la sensazione dell'acciaio che si contorce ed io che volavo nella
vettura e tutto si svolgeva intorno a me come in un sogno infausto. Mi ritrovai
sul sedile posteriore tutto ammaccato, ma per fortuna senza gravi lesioni. In
un secondo tempo qualcuno fece trovare nel mio giardino un pezzo di rasoio
elettrico ed una scatola di cerotti che aveva preso dal bagagliaio della
vettura parcheggiata da un demolitore.
Era un messaggio di stampo mafioso: io debbo ringraziare l'ignoto autore del
sabotaggio, perchè mi liberò di una vettura che mi costava cifre incredibili
ogni volta che si guastava. Difatti, rimasto senza di quella, per un po' stetti
senza vettura, finchè trovai una Golf color verde intenso che mi fu
completamente sfasciata a Milano vicino alla Stazione Centrale, con il piantone
dello sterzo sul pavimento e compagnia bella, vetri rotti eccecc. Il demolitore
disse che era stato qualche marocchino per dispetto non essendo riuscito a
rubarla. Fu così che comprai la Panda azzurrina a cui dovetti rifare il motore
appena giunto a Termine Grosso . Poi venne la Volvo diesel e poi un' altra Volvo
a benzina, quella che ho adesso, che per ora non mi crea problemi. Ci furono
anche una 127 diesel e una Lancia Prisma diesel di cui però c'è poco da
ricordare, tranne qualche gomma bucata o pezzi di carrozzeria staccati dal
solito maniaco. Per farvi meglio capire il mio stato d'animo in quel periodo,
voglio riportare la denuncia che feci presso il commissariato di polizia della
zona Centrale a Milano. Fu quando mi sfasciarono la Golf verde che presi
coraggio e già che dovevo fare una denuncia parlai con il commissario, una
graziosa signorina molto simpatica che mi consigliò di segnalare con un esposto
tutti i danneggiamenti che avevo subito. Cosa che feci . Eccola qui.
Al Questore XYZ presso la Questura Centrale di Milano
Al Comando dei Carabinieri di Chignolo Po
Il sottoscritto Giorgio Lanzani presenta esposto sui seguenti fatti.
Il giorno 16/08/93 ho trovato la mia vettura, una vecchia Golf targata PV ZX2
con un vetro rotto e il piantone dello sterzo sradicato, tant'è che ho dovuto
demolirla. All'interno non è stato rubato nulla: si trattava di una vettura del
'75 ed era parcheggiata in via A. Doria . A Milano tale fatto potrebbe
rientrare nella casistica di un normale tentativo di furto, anche se lascia
perplessi il fatto che la vettura fosse vecchia di vent'anni, se non fosse
l'ultimo di una serie infinita di disavventure che sto affrontando da qualche
tempo con gravissimi problemi economici. Tant' è che mi resta il sospetto che
dietro questi fatti, che ora elencherò, ci siano una mano, una mente e uno scopo:
rovinarmi e, se possibile, eliminarmi fisicamente attraverso un incidente
d'auto.
Tutto cominciò con una bicicletta spaccata nel cortile quando risiedevo a
Milano presso mia madre. Quando mi trasferii a Pieve acquistai una Mercedes 300
D d'occasione. Questa vettura ebbe tutte le luci bruciate una alla volta
nell'arco di pochi giorni, la frizione spaccata di notte, bucato il tubicino
che porta il liquido del servosterzo, staccati coprifari e contenitore liquido
tergicristallo. Le quattro gomme radiali bucate, tant'è che ho dovuto inserire
la camera d'aria. In seguito acquistai una 127 diesel: una sera uscito dalla
casa di amici trovai la portiera sinistra sventrata a calci, per due volte
bucata la gomma destra anteriore, spaccata la maniglia del finestrino anteriore
destro. Presi in seguto una Prisma diesel. Il giorno stesso dell'acquisto andai
a Venezia e parcheggiai all'isola del Tronchetto. Quando due giorni dopo andai
a riprendere l'auto un individuo aspettava vicino alla vettura e mi chiese se
ero un musicista visto che avevo una chitarra con me. Poi se ne andò. La
batteria era completamente a terra. Anche in questo caso ho trovato la frizione
allentata e un chiodo in una gomma. Acquistai in seguito una Mercedes 500 per
avere due vetture dato che lavoravo a circa settanta chilometri da casa e mi
trovavo continuamente senza macchina. A questa vettura fu immediatamente
forzata la serratura dalla parte del guidatore. Dopo un mese dall'acquisto ho
bruciato il motore per mancanza di liquido antigelo, cosa strana dato che era
stata allestita da un concessionario Mercedes. Il cambio automatico era senza
una goccia d'olio e i freni si ruppero tornando da un convegno Acli all' Alpe
Motta. Una volta trovai tutte le luci posteriori staccate e appoggiate nel portabagagli.
Nell'agosto dello scorso anno sono uscito di strada a 70 all'ora quasi in
rettilineo, con le gomme nuove. La vettura ha preso a sbandare a destra, io ho
cercato di tenerla in strada controsterzando, ho fatto un testa coda e mi sono
fermato in un fosso rischiando di morire nel caso in cui la vettura avesse
preso fuoco. A fine settembre scorso acquistai la Golf di cui ho parlato
all'inizio. Anche qui due chiodi da tappezziere nelle due gomme anteriori,
trovati mentre mi recavo in autostrada a Venezia e da me mostrati ai
Carabinieri di Chignolo Po. Nel dicembre dello scorso anno mentre mi recavo
alla cena annuale del Circolo culturale Cisalpino una Fiat Uno mi è passata
accanto velocissima. Io ero a piedi. Una moto mi ha sbarrato il passaggio. Sono
sceso dal marciapiede e a questo punto la Uno ha fatto una retromarcia
velocissima fino quasi ad investirmi per poi ripartire a velocità folle. Il
mattino seguente uscito di casa presto per recarmi al lavoro c'era un auto con
due individui col motore acceso che dopo avermi fissato con insistenza sono poi
ripartiti sgommando. -Mi sovviene ora di un altro fatto che mi occorse ad un
pranzo del Circolo Cisalpino: all'uscita dalla villa dove sui teneva l'incontro
trovai la vettura con la frizione rotta . Tralascio alcuni punti strettamente
personali con nomi e cognomi delle persone che sospetto possano essere
implicate in questi fatti e passo alla conclusione dell'e-sposto. -
Quello che ho subito è la dimostrazione di un interesse subdolo e fa pensare ad
un tentativo continuo di intimidazione nei miei confronti, unito
all'intendimento di rovinarmi e costringermi alla fame. Quando ho iniziato la
parte del racconto che parla della mia vita a Pieve Porto morone ho accennato
al fatto che giunsi laggiù su richiesta della mia famiglia dato che per amore
mi ero messo in una brutta sitazione nella casa dove abitavo presso mia madre.
Cercherò ora in modo sintetico di raccontarvi quello che successe quella
volta....
NESSUN INCIDENTE SULLA STATALE TRENTACINQUE
-Potevi telefonarmi, mio marito e mia figlia sono via. Ora sto partendo per il
lago di Garda, partecipo ad un corso di windsurf. La luce spia dell'ascensore
della casa di mia madre è accesa al numero sette, il mio cuore batte forte:
654321 T: è lei.
-Ciao, come va? Mi hai chiamato? Sono stata fuori per impegni in questi
giorni... -. Lei è Jenny. Jenny ha dodici anni e torna a casa da scuola. I suoi
libri sono tenuti da una semplice cinghia, i suoi capelli sono biondi, gli
occhi color acqua marina. E' una piccola imperatrice. Jenny ha quarant'anni, la
sua bellezza è sfiorita, il suo fascino intatto. Nel suo garage prima una
Flaminia argento, poi una Beta blu, ora una Thema bianca. Nel nostro garage una
Appia grigia, una Jaguar verde, poi le macchine di Jenny: una Colt nocciola,
una Uno turbo subito rubata, una Uno grigia... Trent' anni di vita. Jenny apre
la porta dell'ascensore, saliamo assieme senza parole nè sguardi, le nostre
gote sono rosse: abbiamo dodici anni. Ora abbiamo quarant'anni, Jenny mi guarda
con sicurezza. -Potevi telefonarmi, mio marito e mia figlia sono via. -Ti avrei
chiamato stasera per chiederti una traduzione in spagnolo delle mie poesie. -Mi
dispiace, ora sto partendo per il lago di Garda... Ciao, arrivederci, torno tra
tre giorni.-Le sue borse sono appoggiate sui sedili posteriori della Colt, le
luci di posizione rosse si allontanano veloci nella sera: qualcosa brucia la
mia anima, accende i miei nervi, cancella le mie difese. E' la torre, cadere a
precipizio nel vuoto, un amore impossibile. Jenny ha un marito e una figlia. Io
avevo una moglie, una volta. Ora sono libero, lei no... La ruota della fortuna:
da che parte girerà? -Pronto? Ciao, sono Giorgio, come va? Hai imparato ad
andare sul windsurf? Senti ti devo parlare... Vorrei venire giù a Milano, ma c'
è lo sciopero dei treni. -Beh, io parto tra due giorni. Prendo la nave per
Minorca e poi... io sono fatalista... vuol dire che non era destino. -Sai che
mi emozioni quando ti vedo? -Davvero? -Sì, come una volta, quando ero piccolo.
-Non me l'avevi mai detto, comunque ora devo partire. Vedrai che ti passerà, ci
sentiamo quando ritorno... Ciao arrivederci. Mi trema il cuore, le telefono o
no? Vediamo cosa mi dicono i King: il possesso grande. Mah, scrivo una
poesia.Non c'è male: questa storia mi fa star male, ma almeno mi ispira
qualcosa di buono.
NEL SILENZIO DELLE SERE D'ESTATE
Se camminerò sulle nuvole,
qualcuno pregherà per me?
Se accenderò
fuochi proibiti,
qualcuno veglierà sulla mia sorte?
Se mi immergerò nel caos per riuscirne integro,
le linee di forza della vita
seguiranno il mio intento?
Se lascerò ancora una volta
che il mio cuore soffra per amore,
ci sarà qualcuno che lo spaccherà,
ci sarà qualcuno che mi farà martire
ancora una volta?
Nella vita le risposte
contano assai più delle domande...
Ma le risposte che la vita ci dà
dipendono da quello che ognuno di noi
chiede, nel silenzio delle sere d'estate.
Scrivo un'altra poesia, adesso le telefono e gliela leggo.
POSSO TELEFONARTI?
Posso telefonarti
e dirti che ti amo
dopo tanti anni
dopo tante attese
davanti ad un ascensore
e tanti silenzi imbarazzati.
Posso aspettarti ancora una volta
e provare l'emozione
che mi dà il tuo essere
dopo tanto tempo come allora...
Posso rompere il muro
che ci separa e che forse
non cadrà mai...
Solo per un attimo,
potremo arrivare all'unione?
Chissà se faccio bene, cosa dicono i King? L'avvenenza con mutamento in alto,
no non voglio presentarmi come un artista: non lo sono, o per meglio dire lo
sono anche ... -Pronto? Ciao sono Giorgio -e adesso vivo quello che sento, come
sempre. Jenny vive a Milano, io a Venezia. Jenny vive a Milano, io anche. Jenny
vive ad Amsterdam io a Milano; Jenny vive ad Amsterdam, io a Venezia, Jenny
torna a Milano, io torno a Milano. Jenny ha un marito io ho una moglie, Jenny
non ha più marito, io non ho più moglie, Jenny ha una figlia. Jenny vive al
settimo piano, io al terzo, Jenny cammina con un sacchetto della spesa in mano.
La incontro. -Ci incontriamo spesso eh? Il metro passa veloce. Loreto, Lima,
Porta Venezia, è lei, sale; io scendo a Duomo, lei pure. -Ciao come va? Cosa
fai qui? Sto andando alla EMI, mi debbono restituire delle registrazioni. Se
vuoi stasera vengo a farle sentire a te e a tua figlia. -OK ciao e buona
fortuna. Valentina ascolta le canzoni, mi guarda e mi studia: alla fine scoppia
in una risata fragorosa, incontenibile. Jenny la sgrida: non capisce che è uno
sfogo emotivo. -Pronto? Ciao, sono Giorgio, come stai? -Bene grazie. -Volevo
chiederti se possiamo vederci settimana prossima.
Sarò a Milano mercoledì. -Va bene, però telefonami quando arrivi perchè c'è mio
marito e devo andare via con lui un giorno. -Se c'è tuo marito è meglio che non
ci vediamo. -Guarda che lui non è mica un bruto! -Non è per questo; conosco
queste situazioni e so che non portano nulla di buono-. Passa una settimana e
sto male. Non capisco perchè sento questo amore così profondo, se non è lecito
sentirlo. La chiamo. E' tornata in Olanda dal marito, improvvisamente. Vuol
dire che la mia telefonata ha avuto effetto, visto che era appena tornata dalle
ferie trascorse laggiù con lui. La chiamo di nuovo, la sento distante, cerco di
forzare la situazione ed ottengo il risultato opposto: -Mi dispiace, ma tu mi
costringi a fare così... Le butto giù il telefono. La richiamo, le dico che ho
sbagliato, lei mi dice di no. -No non hai sbagliato, tu hai ragione, solo che
dovrà passare molto tempo prima che noi due ci rivediamo. Un giorno dalla
finestra di casa la vedo assieme ad un giovanotto. Lui non è suo marito, porta
un paio di sci verso l'ascensore di servizio. Inizio a metterle dei biglietti
nella cassetta delle lettere, la mia battaglia inizia così, con delle poesie
d'amore e degli acquerelli. La sua macchina è nel garage; il garage è vuoto;
c'è la sua bicicletta o è quella di Valentina; le tapparelle sono giù, la
finestra è aperta, la luce è accesa. Sento un rumore, guardo, è lei che arriva,
scende dall'auto, chiude il portone del garage. E' troppo tardi per una donna
sola, per una madre, per una sposa: troppo tardi Jenny.
SOSPIRO
Sospiro di notti rubate
cuore di donna, viso di fanciulla
un alito di vento scuote i tuoi capelli
una scintilla di luce nei tuoi occhi
profumo di rose sul tuo cuscino
non ti lascerò dormire sola stanotte
non ti lascerò dormire mai più sola.
La Colt non c'è più. Nel garage c'è la Uno turbo IE rossa, ora c'è una Uno
turbo IE grigia, stanotte c'è una Delta rossa. Io scendo e chiudo la
saracinesca. Poi ci ripenso e la rialzo: ricade. E' un segno del destino...
Chissà che faccia farà domattina lui. Sono le tre e trenta del mattino e io non
posso dormire, con la macchina del suo amante nel mio garage.
Jenny torna dalle vacanze con il padre e il marito. Veramente il padre sembra
lui il marito, quell'altro esiste solo nelle coordinate geografiche, non ha una
dimensione spazio temporale reale, è nientificato dal suo tradimento. Non
tradite mai un' imperatrice, non ve lo perdonerà mai. -Pronto Jenny? Ciao sono
Giorgio. -Ciao come va? -Bene, scusa per la telefonata di luglio e per quella
che ti ho detto. Ti ho visto arrivare con tuo marito e ho capito. Pensavo che
foste come separati, visto che vivete divisi. No, la mia famiglia è così...
Così stiamo bene, ci vediamo solo durante le vacanze. Sai io sognavo una grande
famiglia, con tanti bambini e invece è andata così. Comunque non c'è nulla di
male in quello che hai detto. Sai, ho scritto una canzone per te: te la posso
portare? -Va bene telefonami e ci vediamo. -Pronto? Sono Giorgio. -OK sali. E'
una mattina piena di sole, dopo aver parlato con lei sono in uno stato di
beatitudine mai provato prima d'ora. Il sole ora è dentro di me; visito una
mostra d'arte e penso a lei: -Ho scritto questa canzone per amore... Lei è
rossa in viso, le sue guance scottano. Ho deciso, tornerò a Milano. Chiedo il
trasferimento: Sm Croce via Venezia Cesate, Sm Leonardo da Vinci via Trieste,
Limbiate. Arrivo a casa, è luglio. Nel garage di mia madre una moto: scendo le
scale, l'ascensore è occupato. Lo incontro: giacca, cravatta a strisce, vestito
blù, Honda 750 targata Salerno. la moto ora è davanti a casa, lui armeggia, lei
scende e va a parlargli: ha i capelli chiari con sfumature color oro, guarda in
alto, mi vede sul balcone e sorride sorniona. Il marito è ad Amsterdam, la
figlia è via: quella moto se ne deve andare dal mio garage. La incontro, è
novembre. -Ciao Jenny, posso dirti una cosa? -Cosa vuoi? -Per quanto tempo
ancora dovrò vedere la moto del tuo amante nel mio garage? -Non ti riguarda, se
tua madre lo crede opportuno, mi dia lo sfratto. Tu non hai nessun diritto, non
c'entri. Lo so, la accompagno. -Non pensavo che saresti caduta così in basso.
Jenny non parla, sta andando da lui. -Ciao, sono Giorgio. -Cosa vuoi? Non ti
sono ancora caduta dal pelo? Mi vuoi vuoi lasciare in pace? E smettila di
mettermi bigliettini nella casella della posta. Cosa succede se li trova mia
figlia? Volevo sapere come stai, ti vedo sempre sola... -Non sono sola se vuoi
saperlo e poi tu non c'entri: io posso avere un marito, un amante, otto amanti.
Non ti riguarda, capitoooo? -Va bene, ma ricordati che il mio amore per te come
è iniziato così può finire. Mi è già successo una volta. -Ah sì e quando? -Con
la mia ex moglie. -Comunque smettila, che ne è della mia figura di donna, di
madre, di sposa se mia figlia trova i tuoi biglietti? Dopo tre giorni ritorna
dalle vacanze e la chiamo. -Pronto? Ciao, sono Giorgio, sto male, ho bisogno di
vederti. Va bene, ma stasera non posso, esco con amici, facciamo domani.
-Domani? -Sì, ti chiamo io quando torno dall'ospedale. -Ciao sono Jenny, vieni
pure. Salgo. Lei si siede a un chilometro di distanza, io mi avvicino, le parlo
e mi viene da piangere. Le sue gonne sono molto corte.-Ti darei un bacio-.
-Provaci. -Non mi permetterei mai... posso vederti? -No. -Telefonarti?
-No.-Scriverti? -No. -Mi sembra di essere un sindacalista. -Ho un amico che fa
il sindacalista, lui ti potrebbe insegnare come si fa con me... Io non sono un
sindacalista, Jenny, non lo sarò mai, né in politica nè in amore. Le regalo una
foto e un disegno, dietro al disegno c'è scritta una poesia.
ATTRAVERSO SPAZI TRASPARENTI
Ti proietterò attraverso spazi trasparenti.
Avvolta in miriadi di luci
ti scaglierò nel cielo.
Di te si accenderà l'Universo,
ogni stella brillerà
al tuo passaggio.
Mentre tu avanzerai,
simile a una dea,
spazi infiniti
piangeranno lacrime di luce,
sapendoti mortale.
Ciao, arrivederci, mi dispiace. Quanto male, quanto male dentro.
SOLO PERCHE' TI AMO
Solo perchè ti amo
ho permesso alle tue parole
di colpire a fondo nel mio cuore.
Solo perchè ti amo
ho permesso ai tuoi sensi di colpa
di allargare le mie ferite d'amore.
Solo per amore ho lasciato
che tu mi veda indifeso, inerme
piangente relitto in balia del dolore.
Solo per amore ho accettato
tutto questo da te. E aspetto
giorni felici...
VAGAVA PER I FLUTTI
Vagava per i flutti.
Terribilmente sola
raccoglieva i resti delle abitudini malate...
Il tempo non avrebbe
avuto pietà di lei.
Incontro il padre di Jenny all'ascensore. Abita sopra la figlia. -Prego
avvocato, dopo di lei. -Perchè? Perchè sono vecchio? No, non per quello, perchè
lei vive nel piano nobile del castello. -Vuoi dire che vivo vicino al cielo? Ho
sempre amato la sua voce chiara e squillante, i suoi modi di fare nobili e
cortesi. Lei è vicino al cielo lassù, ma nel piano sotto al suo c'è l'inferno.
-Abbiamo anche l'auto di servizio -fa il padre al napoletano. Jenny è davanti
con la mamma e una signora sulla Thema bianca, dietro il padre e l'amante sulla
Uno IE grigia. Partono. Tornano Jenny e l'amante. Io dall'alto del balcone:
Ciao Jenny ti devo parlare. -Smettila il tuo telefono è sotto controllo, i
carabinieri sono stati avvisati... -Posso vederti domani in ospedale? -Non ci
sono, dimenticati di me.-Lui è al volante della Thema bianca: è il giorno dei
morti.
Mi servirebbe un taxi, piove e ho il videoregistratore che mi pesa sotto il
braccio. Adesso vado a trovarla, non me ne frega niente di quello che può
accadere; arriva un taxi vuoto. -Taxi , all'ospedale XY. -Entro, lei è
infermiera. C'è un convegno, la sua stanza è là in fondo al corridoio. Dietro
quell'uscio c'è lei: ha dei lividi sul viso, è secca, smagrita, ha paura, fa
per uscire, la blocco sulla porta. Tu devi essere esaurito. -Può darsi,
comunque dì al tuo amico... Si avvicina un' infermiera. -La signora non
desidera essere disturbata. In fon-do al corridoio alcuni operai assistono alla
scena con gli attrezzi da lavoro in mano, un'infermiera hostess del convegno mi
guarda in modo piuttosto invitante: chi me lo fa fare di stare dietro ad una
donna così? Un mazzo di roselline sul bancone della portineria: non le ritira,
non mi ama, mi odia. La mia Mercedes azzurra è piena fino all'inverosimile, per
fortuna non l'incontro. Piove, la strada per Pieve Porto Morone questa volta è
senza ritorno: sono scacciato da casa mia. Milano non mi ama.
RITORNANDO AL PUNTO DI PARTENZA
Tendere l'arco al sole
volo di frecce
scivolare d'aria
linea di spazio
s'innalza e dicende
torna al punto di partenza
verifica la vischiosità dell'essere
tenta e ritenta sindomita
Staccarsi dall'essere
abbandonare la materia
tragedia perpetua
fallimento predeterminato
Il tentare di farlo
fa grande l'uomo.
-Avvocato devo parlarle. -Va bene, trovati giù alle tre. Scendo, lui armeggia
intorno all'automobile, ha più di ottant'anni, ma ha il vigore e l'energia di
un uomo di cinquanta.
-Cosa vuoi? -Quell'uomo con cui si è messa Jenny non mi piace per niente. Ho il
sospetto che sia un camorrista. -Ti sbagli, ha fatto una carriera luminosa
nella Confindustria e adesso ha messo su uno studio di consulenza aziendale con
il figlio di un mio amico. Questo fatto rafforza i miei sospetti invece di
diradarli. Andrò alla Digos, questa è circonvenzione di incapace. Jenny ha
paura, è ricattata da quell'uomo. -Fai come credi, ma ti sbagli. Del resto oggi
l'adulterio è cosa accettata da tutti: quel giovanotto ha trovato Jenny in un
momento difficile e se ne è approfittato. Insomma, è stato più furbo di te.-
Vado alla Questura Centrale di Milano, sono ricevuto alla Digos.Vede dottore,
io mi occupo di casi umani, lavoro con bambini handicappati, collaboro con l'
Unicef, mi occupo insomma delle persone che soffrono. In questo caso c'è una
donna che è finita nelle mani di un profittatore senza scrupoli. -Vuole che le
parli io? -No guardi, non servirebbe, direbbe che io sono pazzo. -Purtroppo in
questi casi c'è poco da fare, veda ad esempio il caso Verdiglione... Del resto
il reato di circonvenzione d'incapace sta per essere abolito dal Codice Penale.
Quando finirà questo calvario?
UNA LUCE
Una luce
emana
dal tuo essere
di puro spirito,
diafana e bianca
stella del mattino.
Chi la vede ne è beato;
io l'ho veduta e ho creduto
di vedere il mio faro,
la luce che mi avrebbe fatto strada
nell'aspro sentiero del mattino.
Troppo presto la beatitudine
s'è trasformata in dolorosa
mancanza di te.
Non potrò più dimenticare
i momenti passati a te accanto...
Non riuscirò mai più a chiudere occhio,
la sera, senza pensarti e senza
accarezzarti i capelli
col dorso della mano,
di baci sfiorando il tuo viso,
lievemente dicendoti: ti amo.
Sai Jenny tu mi piaci. -Mi spiace per te, io sono molto egoista, non prendo mai
una decisione, lascio che le situazioni si sovrappongano. Ecco l'imperatrice:
crede di poter avere tutto, un marito, un amante, otto amanti... Per noi
mortali il tutto è fratello del nulla. Puoi avere tutti gli uomini che vuoi,
Jenny, ma non l'amore. -Tu parli come un uomo dell'ottocento. Non esiste
quell'amore di cui parli tu. Gli amori iniziano e finiscono. Sii sincera Jenny:
sei mai diventata rossa guardando lui? -Smettila di telefonarmi, ho un mucchio
di problemi con mio marito e con i miei amanti, guarda che chiamo la polizia.
Ciao, grazie arrivederci.-Perchè la amo, cosa mi piace di lei? Forse questo suo
senso di onnipotenza, sinistro presagio di sciagura per noi comuni mortali.
-Pronto? Ciao, sono Giorgio. Ho visto la moto giù, guarda che mi perdi. -Non
rompermi le palle.-Appende.-Pronto? Ciao, sono sempre io. Scusami, ho
sbagliato, dovrei essere capace di rispettare le tue scelte, ma sto male.
-Vaffanculo.-Appende. Sento il rumore della motocicletta che si allontana.
-Devi essere molto forte -, mi aveva detto. -Bene, è quello che cerco -, ho
risposto. Essere un uomo vero, essere forte è lo scopo della mia vita, ma
essere forte vuol dire lasciare che la donna che ami si lasci sbattere da un
altro? Vuol dire non dormire la notte e vedere la moto di quell'altro nel tuo
garage? Sono le tre del mattino e io sono sveglio; adesso le telefono. -Ciao
sono io. -Ma che ore sono? -Le tre. non riesco a dormire, non posso fare come
tu mi chiedi. -Tu devi essere matto a telefonarmi a quest'ora. Non rompermi le
palle. Appende. Adesso la richiamo, nessuno si può permettere di trattarmi in
questo modo. I King mi dicono: il morso che spezza per arrivare all'unione,
liberarsi interiormente e agire. Sarò forte, salgo le scale, suono, sono le tre
e cinque. Sulla targhetta della porta c'è ancora il nome del marito. Riin. -Chi
è? -Sono io. -Cosa vuoi? -Devo parlarti. -Non è possibile. -Avanti, muoviti.
-Non è assolutamente il caso. -OK per me, da questo momento, tra noi è tutto
finito. -OK ciao, buonanotte.-Non si suona il campanello di casa di una signora
alle tre del mattino. Già, ma come faccio a dormire con la moto del napoletano
nel garage? Oggi incominciano le vacanze di Pasqua. In cortile c'è la Uno turbo
grigia, lui sta armeggiando attorno ad una grossa scatola di legno, riempie la
macchina di roba. Ecco che arriva lei, i soliti pantaloni scozzesi e golfino
verde. Gli porge un fazzolettino di carta, lui si pulisce le mani. Partono. Io
aspetto una telefonata, non posso scendere, e se anche scendessi, cosa potrei
fare? Cammino per le strade di Milano, il grigio dell'asfalto è in sintonia con
il mio stato d'animo. Guardo le auto, entro in un bar, in un negozio di
elettodomestici. Devo essere forte, compongo una canzone al pianoforte. Seguirò
le strade del Signore, canterò le lodi del Signore, scrivo una canzone: questa
è la mia scelta ! Questo non vuol dire che mi arrendo, però: come avrà fatto
S.Giorgio a sconfiggere il drago senza fargli del male? Devo nientificare me
stesso? Nientificare, annullare il mio amore significa per me autodistruzione,
morte. Quanto tempo ancora durerà questo supplizio? A cosa serve il dolore?
Perchè si soffre inutilmente? Forse tutto ciò non è inutile, forse Dio mi sta
mettendo alla prova e riserva per me felicità e pace dopo un periodo di
scombussolamento totale. Mia madre mi guarda e non parla, ha paura. La sera,
pensando a Cesare Pavese, al "Mestiere di vivere ", alla sofferenza
che porta al suicidio, scrivo questa poesia.
SULL'ORLO DEL DOLORE
Non seguirò Cesare
il tuo cammino di morte
non scenderanno i miei passi
lungo il letto fangoso
le torbide acque dell'Averno.
Duro è il mestiere di vivere
ma non seguirò
il tuo cammino di morte.
Una luce divina
illumina la strada
del viandante.
Io la seguirò,
come sempre
pronto alla sorte,
ma non seguirò
il tuo cammino di morte.
Qualcuno o qualche atroce male
potrà spezzare
l'esile filo
che tiene appeso
il mio destino,
ma non sarà mai la mano mia,
Cesare,
a porre fine
a questa atroce vita,
a questo stillicidio di ore,
a queste lunghe notti insonni,
piene di dolore.
Non seguirò
il tuo cammino di morte...
Conosco troppo bene
e da lungo tempo ormai
cosa vuol dire vivere
sull'orlo del dolore.
Pronto, ciao sono Giorgio, ho bisogno di parlarti. E' mattino, sto andando al
lavoro, arrivo al metro, le telefono. La sua bicicletta è attaccata alla
cancellata bianca, avrà dormito da lei?
Le telefono, non ho niente da perdere. -Smettila, guarda che il tuo telefono è
sotto controllo. -Ma ti rendi conto di quello che può succedere? Io non posso
più vivere in questa situazione. Ho bisogno di vederti, di parlarti.
-Benissimo, oggi alle quattro andrò alla polizia. -Sarà troppo tardi. -Pronto
ciao, sono Giorgio. Guarda che la mia pazienza non è illimitata. -Neanche la
mia. Appende, il mio telefono fa un mucchio di rumori, è davvero sotto
controllo. Quando S.Giorgio ha ucciso il drago, il drago gli aveva fatto
mettere il telefono sotto controllo? Cammino per Milano, è domenica. In un
cinema parrocchiale proiettano "L'ultimo sigillo": entro, sono il
cavaliere che gioca scacchi con la morte. "Il santo e l'eroe ": così
intitolerò l'incontro che terrò alla biblioteca di Cesate e così chiamerò
l'ultima raccolta di poesie. Sarà una scatola d'oro: dal tempo del Matto e la
luna sono pasati circa dieci anni, dalla scatola nera alla scatola d'oro
passando per Strade parallele, scatola bianca e Amore cosmico, scatola
d'argento. Il santo e l'eroe sarà l'ultima, non scriverò più poesie, sono
diventato forte in questa torre, in questo precipitare, in questo cadere senza
fine. Forse diventerò un uomo di potere, questa lotta mi sta irrobustendo; sto
cambiando pelle, ossa, sto diventando un altro. -Non sei buono a nulla! Ricordo
queste parole come una staffilata nella carne. Come ti permetti? Ti dimostrerò
chi sono io: posso essere quello che voglio. La bicicletta del suo amante è lì,
nel mio garage. E' la sua risposta alla mia telefonata di ieri. Rispondo alla
provocazione. -Ciao, sono Giorgio, devo parlarti. -Dimenticati il mio numero.
-Bene tra cinque minuti salgo.. -Pensi di buttare giù la porta? -Non lo so,
vedrò poi il da farsi. Mi vesto. Così si sentivano i cavalieri prima dei
duelli? Non lo so, so solo che così si diventa uomini. C'è una atmosfera
strana, un uomo suona la fisarmonica per strada. Gli lancio una moneta, questa
rimbalza sul tetto di un'automobile parcheggiata sotto casa. Salgo, mi apre,
c'è lui.-Lei presto se ne andrà da questa casa -. Sono impacciati, goffi, sulla
difensiva. -Non ci siamo ancora presentati- mi fa il napoletano. Che schifo,
che ipocrisia, che falso, immaginatevi il piacere di conoscerlo... -Lei mi deve
rendere conto delle espressioni offensive che ha usato nei miei confronti. -Io
guardo la gente in faccia e la giudico e non sono nè falso nè ipocrita. -Lei
presto se ne andrà da questa casa.-Le sue telefonate sono tutte registrate.-
-Non mi faccia ridere. -Jenny andiamo alla polizia. -Lascialo perdere, non vedi
che è matto? -Jenny mi fa un gestaccio. -Io e te non ci siamo mai rotolati
assieme... Si volta verso di lui e continua fissandomi sadica. -Quando dopo di
lui ce ne sarà un altro, mi amerai ancora?-Raramente mi è capitato di assistere
a situazioni di degrado simile: che schifo, ho lo stomaco rivoltato: ecco il
senso del mio intromettermi, del cercare di rimediare una situazione che
lasciava trasparire un marciume che ora è lì, fetido, nitido davanti ai miei
occhi. Qualcosa si incrina dentro il mio animo, comincio a pensare che non ci
sia proprio più nulla da fare. -Io e lei possiamo benissimo convivere nella
stessa casa, mi fa lui. Una casa ridotta a cloaca non fa per me: me ne andrò
via. Non resta altro da fare, ormai. Poco dopo scendo. Mi accompagna alla
porta. -Ciao buona notte. Anzi no non ti voglio proprio salutare.-Ciao Jenny,
buona notte, questa volta ho vinto io. E' Natale. Jenny sarà a sciare. -Abbiamo
una casa in Svizzera -, mi aveva detto. Io sono a Lucca, in albergo, non ho
ancora telefonato a Franco e Donatella. Mi piace essere solo con me stesso,
cammino attorno alla città e la guardo dall'alto delle mura. Fotografo le
piante, i Cristi e le Madonne e cammino nel tepore invernale della città. Entro
in una Chiesa ; su di un tavolo alcuni fogli, una penna e un biglietto con su
scritto: -Scrivi la tua preghiera, verrà letta durante la funzione festiva.-Mi
siedo e scrivo, escono quattro preghiere.
Perchè il sorgere del sole
e il giungere delle tenebre
trovino il mio cuore
sempre pieno di letizia
ti prego o Signore.
Per i pesci del mare
gli uccelli del cielo
le piante della terra
i bimbi
e le donne
e per gli uomini della terra
e tutto ciò che nel cosmo
vive e si muove
ti ringraziamo
o nostro Creatore
Ti ringrazio
o Dio
di avermi creato,
delle gioie che mi concedi
e delle prove che mi mandi
del dolore che spezza
il mio cuore
e della luce che brilla
nella mia anima,
in attesa del riposo eterno.
Per i ragazzi drogati
per i malati di AIDS
per le donne perdute
per i bimbi violentati
chiediamo a Dio che la luce
della verità e della fede
porti pace nelle loro anime.
Arriva il sacrestano:-Noi si chiude.-Io ho finito e copio il mio lavoro, esco e
mi allontano verso le strade e i profumi di Lucca.
Oggi le ho mandato tredici rose rosse. Oggi le ho mandato diciassette rose
bianche: qualcuno spacca una bicicletta giù in garage, qualcuno che non ama i
fiori. Salgo e urlo con tutta la forza che ho in corpo. Sono forte abbastanza
adesso? -Domani verrai chiamato dalla polizia. Invece è mio zio che mi chiama.
-Giorgio la mamma è preoccupata, è meglio che te ne vai. Io gli spiego, poi
torno a casa di mia madre. -E' meglio che me ne vada, questa storia può finire
male. L' automobile è pronta giù nel cortile, piove, mia madre è stravolta,
anch'io ho paura. Me ne vado. Non è la prima volta: questa città non mi ama. Il
santo e l'eroe. Non mi arrenderò mai. Invece non è così. La morte ha una
funzione liberatrice. Anche gli amori muoiono, anche quelli eterni se uno non
li alimenta. Il mio amore per Jenny adesso è morto: non resta che un cadaverino
piccolo e bruciacchiato. Caduta dal pelo? No, uscita dal mio cuore, dalla mia
anima. C'è una bella differenza. Jenny non è felice, non è innamorata, è
vittima del solito equivoco che capita alle persone sposate che si ritrovano
sole. Si scambia l'attrazione sessuale per amore, ci si rinchiude in un legame
ossessivo, distruttivo, senza amici, schiavi uno dell'altro. Un' imperatrice
schiava: per quanto tempo? -Pronto sono io. Se non lo lasci ti cancello dalla
faccia della terra.-Ho esagerato? Sì, ma con ragione. Ora è tutto finito, vi
inviterò ai funerali del mio amore: non fiori ma opere di bene. Ora nel garage
di mia madre c'è la macchina di mio fratello, la uno ie grigia è stata
sfrattata, non c'è più. Terra bruciata, fumo nero, plastica fusa, i nervi si
distendono: non tornerò mai più in quella casa. -Cosa vuoi da me? -Vorrei che
tu fossi mia moglie.-Non è possibile, non succederà mai. Tutto è contro, ho
sbagliato, ho chiesto una cosa che non è possibile. Ora si allontana da me, non
la ritroverò mai più. Orfeo ha perso due volte la sua Euridice, io non avrò
prove d'appello. La mia musica può arrivare al cielo, ma nessuno lassù è
disponibile a riavvicinarla a me. La regina delle tenebre non segue il principe
della luce. Non può: il demonio difende bene i suoi possedimenti. Solo perchè
ti ho voluto per me sposa dolcissima ti ho perso, per un crudele gioco del
destino. I fari antinebbia sono accesi nel primo mattino, le luci di posizione
avvisano chi mi segue; la luce della mia autoradio è accesa nella posizione
tape, il display ha caratteri color giallo quasi arancione, l'antenna nera
fende l'aria come il pennone di una barca. Mi sembra di scivolare sull'acqua
più che correre su di una strada. Supero un Tir, due fari di fronte mi avvisano
di una morte possibile, ma non ancora programmata. Ci saranno nuovi inverni e
lunghe estati per me. -Sai il mio treno arriva alle sette e trenta in stazione,
faccio colazione e poi vado verso scuola. -Ah sì così so cosa fai a quell'ora
-. Allora ti importa di me se ti interessa sapere cosa faccio alle sette e
trenta di mattino! Adesso faccio colazione alle sei e nella nebbia del mattino
i camionisti sono i miei unici compagni di strada. Tutto il dolore, tutto il
male che subisco si trasforma continuamente,